A tentoni nel buio di Paolo Polvani /Scrivi un verso – dicesti (alcune domande a Maria Benedetta Cerro sul suo Banchetto con melagrana, Gottifredo edizioni, 2024)

Banchetto con melagrana è un titolo molto intrigante, come anche la dedica “alla mia famiglia”, bella anche la foto che inaugura il libro. Che tipo di connessione tra questi diversi aspetti?
Il Titolo “Banchetto con melagrana” allude alla condivisione del cibo raccolti attorno a una mensa. Che sia una mensa famigliare, o più ricca per gli amici, o celebrativa di un evento, è la gioia dello stare insieme, in una dimensione intima o più estesa, ma comunque lieta.
Nel banchetto qui rappresentato si offre una simbolica melagrana, frutto che attinge nel mito di Persefone il sentimento della presenza viva e dell’Assenza, quindi della nostalgia, che richiama a sé i lontani e gli scomparsi.
La dedica “Alla mia famiglia”, che riporta una foto parigina del 1914, con i miei nonni paterni e i primi tre figli (mio padre e una sorella sarebbero nati più tardi in Italia) vuole essere un omaggio al “Nome”, a quanto io stessa porto in me del loro destino nel tragico Novecento, soprattutto in termini di guerre e lutti. In senso più intimo “famiglia” come nucleo stretto (mio marito e i miei due figli) che hanno vissuto e condiviso i rapporti, gli incontri, gli affetti di quarant’anni di poesia.
Tu parli di esperienza totalizzante della poesia, e in effetti oltre ai versi svolgono un ruolo importante le fotografie, sempre molto belle, e gli inserti grafici, altrettanto belli. È la prima volta che utilizzi questa modalità?
Parlo di esperienza totalizzante della poesia nel senso di indissolubilità tra vita e arte. Autenticità nel vivere e nel rappresentare, in una parola, la “verità” della vita. Le foto sono reperti testimoniali di incontri-eventi con amici poeti, critici, musicisti, ma soprattutto artisti di aree e linguaggi diversi. Quasi sempre mostre ed eventi letterari diventavano occasione di incontro delle arti, omaggi reciproci di opere e testi poetici, con caratteristiche uniche e irripetibili. È merito dell’amico Antonio Poce, compositore e Visual Artist, la proposta di restituire alle testimonianze poetiche il complemento visivo delle foto e il corredo delle opere che esaltano i versi e danno al testo un valore artistico aggiunto. È la prima volta, per me, che un libro di poesia diventa anche un libro d’arte.
I tuoi versi sono un inno alla sacralità dell’amicizia. Che ruolo ha svolto, e svolge, questo sentimento nella tua vita?
Sì, esattamente, i miei versi sono una celebrazione della “sacralità” dell’amicizia (e della poesia). Ho di questa arte una concezione altissima, tanto da investire di un’aura di sacralità tutto ciò che da essa mi deriva, quindi anche gli amici, divenuti parte della mia vita e della mia famiglia, con affetto sincero e ricambiato. Amici, come dicevo, non solo del campo dell’arte, ma anche di critica e poesia. Ho una sterminata corrispondenza manoscritta, ove per distanza non sia stata possibile una regolare frequentazione, dagli esordi ad inizio millennio, quando alle lettere si è sostituita la corrispondenza telematica. Oltre ai contatti, più o meno frequenti con Giudici, Spagnoletti, Guarnieri, Sansone, Ulivi, Accrocca, Luisi, Clementelli, Squarotti, Manica (…) mi è caro il lungo scambio epistolare, oltre 65 lettere, con Riccardo Scrivano, durato sino alla sua scomparsa, nel 2020. Altro epistolario significativo, con Marzio Pieri. Questo per dire quanto fondamentale sia per me l’Amicizia.

La tua poesia sembra nascere dalla classicità, lo attestano i riferimenti e le figure del mito, e un’atmosfera di rimandi colti. Di quale nutrimento si è cibata la tua poesia?
Ho avuto una formazione classica, che certamente ha dato alla mia poesia un’impronta di rigore formale, culto della parola, cadenza ritmico-musicale. Il Mito e la Filosofia hanno dato corpo e profondità ai contenuti: l’uno di carattere evocativo-sacrale, l’altra di riflessività e di pensiero. Ma sono state le letture la via privilegiata del nutrimento linguistico e poetico.
Rispetto alla poetica corrente, la tua poesia possiede una collocazione originale, a tratti un andamento epico. Specchio della tua formazione culturale? sono aspetti peculiari del carattere? sono mediati dall’ambiente? o più probabilmente il risultato di fattori diversi?
Dell’originalità della mia scrittura, spesso rilevata, io non saprei che dire, sono semplicemente me stessa, col mio incessante lavorio mentale (un pensare in poesia, diceva Scrivano). Tutta la mia scrittura, dall’inizio ad oggi si può concepire come un poema ininterrotto. A scandire le stagioni interiori e poetiche è la ricerca di una ragione concettuale che connoti i cambiamenti, per cui troviamo “La congiura degli opposti”, cioè l’impossibilità di permanere in uno stato di grazia, “Lo sguardo inverso”, ovvero la visione della realtà attraverso la propria interiorità, le “Prove per atto unico”, la necessità di sentirsi parte dell’umanità nell’affrontare le prove gravi della vita, solo per citare alcuni tra gli ultimi libri. L’andamento epico di cui parli è forse un traslato dell’epos classico, in chiave di una moderna rappresentazione delle vicende umane, in una collocazione storico-tragica del contemporaneo.

“finestre di sguardi spettinati / in cui per sempre geme l’infanzia”; il sottofondo della tua poesia rimanda spesso a un’atmosfera di dramma. Si tratta di una tua cifra consolidata? o è un’impressione fallace?
L’infanzia rappresenta per ciascuno il nucleo che contiene in germe tutto lo sviluppo della vita futura, il condizionamento della “visione”, il luogo profondo cui attingere continuamente emozioni, sentimenti esperienze dal tratto indelebile. Nel mio caso, la perdita della madre alla nascita, ha segnato tragicamente i primi anni di vita, ha condizionato la visione della realtà, il carattere, il diritto alla felicità.
“La postura ieratica e lontana”: in un solo verso credo sia possibile rintracciare alcune verità della tua poesia: da una parte la postura ieratica, e una decisa lontananza dalla tradizione poetica contemporanea. È così?
La “postura ieratica e lontana” si riferisce al corpo, da cui traspare la condizione dell’anima di abitare per sempre l’Assenza, ovvero un passato lontano, capace di segnare anche l’aspetto esteriore. Riguardo alla poesia, l’apparente anacronismo credo sia dovuto alla lingua poetica, la ricerca di parole e forme, il più possibile evocative di una realtà altra. Una essenzialità che possa distinguere la lingua poetica dal linguaggio della comunicazione. Per quanto riguarda la contemporaneità, penso che ogni poeta sia testimone del proprio tempo. In questo mi sento assolutamente contemporanea, soprattutto nella denuncia e nel dissenso, nell’esprimere anche indirettamente i drammi della condizione umana davanti alle tragedie sociali, ambientali del momento storico in cui vivo.
La tua poesia è ricca di presenze: poeti, artisti, testimoni di una vita ricca e insieme febbrile. Nei tuoi versi è inscritta la mappa di un’autobiografia?
Certo, è così. “Banchetto con melagrana”, più di ogni altro libro ha carattere autobiografico. È la testimonianza di un’intensa frequentazione artistico-culturale, che certamente ha nutrito di stimoli e arricchito la mia poesia.

Le stagioni dell’acqua a Giovanni Fontana
(quando l’acqua è lago e il lago è specchio)
I
La nebbia era cipria d’acqua.
Era l’occhio di Dio
nel suo compiacimento
del pudore negli occhi degli amanti.
Oblio e acutezza.
Come la morte / come l’attesa.
C’era un ponte sul respiro dell’acqua
che saliva dal fondo della terra
c’era la bolla che figliava trasparenze
e il lago era specchio
era fiamma che tremava nella notte elettrica.
L’armonia si struggeva nella goccia
perché tutte le cose erano innocenti.
Ora l’occhio frugò all’indietro. Vide il corpo del nome andare a fondo.
E chiuse la pupilla.
° ° ° ° °
Ave Crux Spes Unica
per Gerardo Della Torre
Venne il tempo della spiga
sorvolata da passero e colomba
e il tempo del mare
con tutto il suo popolo nuotante inciso nel frammento
e si levò dal nostro miserere
il turbine degli astri.
Fu come dimenticare a oltranza
per vedere nell’invisibile
l’immensità abitare il linguaggio della pietra
diventare istante di verità / arte di salvazione.
Le gemme tornarono ai fondali
i vortici celesti alla corona
e la ferita fu di nuovo disposta a sanguinare.
L’equivoco del vero restituì il colore
in grado di splendere nel buio
svelò geometrie disabitate e dure
finestre di sguardi spettinati
in cui per sempre geme l’infanzia.
Legni sbucciati e laghi tenerissimi
ci dissero che sempre una pura materia
correrà il rischio della bellezza
perché Lui – il nodo del fenomeno e del tutto –
ci concesse il dettaglio capitale / che mutò lo sguardo.

Maria Benedetta Cerro è nata a Pontecorvo (1951) e risiede a Castrocielo – Frosinone
Ha pubblicato: Licenza di viaggio (Premio pubblicazione, Edizioni dei Dioscuri 1984); Ipotesi di vita (Premio pubblicazione “Carducci – Pietrasanta”, Lacaita 1987), nella terna dei finalisti al Premio Città di Penne; Nel sigillo della parola (Piovan 1991); Lettera a una pietra (Premio pubblicazione “Libero de Libero”, Confronto 1992); Il segno del gelo (Perosini 1997); Allegorie d’inverno (Manni 2003, nella terna dei finalisti al Premio Frascati “Antonio Seccareccia”); Regalità della luce (Sciascia 2009); La congiura degli opposti (LietoColle 2012), premio “Città di Arce”; Lo sguardo inverso (LietoColle 2018); La soglia e l’incontro (Edizioni Eva 2018);Prove per atto unico (Premio pubblicazione “Vincenzo Pistocchi” Macabor 2023); Banchetto con melagrana, Gottifredo Edizioni, Collana Analoghi, 2024.
Corrispondenze (Proposte di interazione e scrittura poetica), Macabor 2025.
Le è stato dedicato il volume Monografico I POETI DEL CENTRO ITALIA Volume Sesto: (Maria benedetta Cerro: quando la parola trema di eternità), a cura di Bonifacio Vincenzi, Macabor Editore 2022. Sulla sua poesia Nella Cazzador ha scritto il saggio monografico: Lo sguardo che accende il buio (riflessioni sulla poesia di Maria Benedetta Cerro, Macabor Editore 2025.




















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