A tentoni nel buio di Paolo Polvani | La torre è un ripasso. Ha conservato la nostra storia (Alcune domande a Wanda Marasco sul suo ultimo romanzo Di spalle a questo mondo, Neri Pozza Editore, 2025)

 

Il romanzo Di spalle a questo mondo inizia nello stesso luogo in cui iniziava Il genio dell’abbandono, cioè nella casa di cura per malattie mentali di Villa Fleurent. Inoltre il protagonista del romanzo, il dottor Ferdinando Palasciano, incontra nei viali della clinica Vincenzo Gemito, protagonista de Il genio dell’abbandono; i due si riconoscono e si parlano. Qual è il motivo di questo espediente letterario? Dare continuità al racconto? suggerire una contiguità temporale? una vicinanza tematica?

Credo di aver scritto, con i miei quattro romanzi, una tetralogia fondata sul tema della follia e delle maschere rivelatrici. Tra gli ultimi due (Il genio dell’abbandono e Di spalle a questo mondo) esiste una profonda saldatura, un passaggio d’asta. Gemito, il pazzo arcaico, compie su Ferdinando Palasciano una sorta di investitura, gli affida la missione di prolungare la battaglia della mente ferita dai mali del mondo. Il ritorno di Vincenzo Gemito non è un espediente, un artificio. Si tratta di continuità tematica e di una necessaria filiazione tra due “maschere”. Entrambe vivono nell’antitesi finzione-verità e nell’ossimoro della malattia che conduce a una nuova gnosi.

 

Qual è il significato, il messaggio implicito, della follia che affligge entrambi i personaggi? vi si può leggere una metafora della nostra insensata contemporaneità?

La follia dei miei personaggi viene dagli archetipi della letteratura, dai personaggi che hanno innescato la cosiddetta “infezione tragica”. Nomino Edipo, Filottete, Medea, Prometeo, Chisciotte, Sigismondo, Amleto e approdo alle lacerazioni di vita e di pensiero dei grandi artisti operanti tra l’Ottocento e il Novecento. Il tema della follia nei miei romanzi è, paradossalmente, il “terzo occhio” che meglio vede le insensatezze della Storia e della condizione umana.

 

La scrittura a mio avviso riflette una decisa propensione alla poesia, per esempio una descrizione dal linguaggio decisamente poetico è questa: “La china collinare pericolava con pini e mimose fino alla piana della città. Gli alberi schienavano a terra ombre segrete”. Ma tutto il romanzo è pervaso da guizzi, se così posso esprimermi, di natura poetica. Qual è il suo rapporto con la poesia?

Prima di approdare alla narrativa ho scritto testi poetici e teatrali. Dopo la laurea in Filosofia ho studiato Regia e Recitazione all’Accademia Silvio D’Amico. Tre tipi di formazione, dunque, che nella mia pagina hanno reso fondamentale il “sentire” e il momento meditativo. Direi l’espressione (della vita e dell’interiorità) che sostituisce drammaticamente la vita stessa. In questo romanzo l’uso prevalente della prosa lirica, controbilanciata dal registro grottesco e tragico, mi ha permesso di lavorare meglio alla ritmica del testo e al racconto dell’angoscia umana.

Edoardo Dalbono Il Vesuvio

Il titolo del romanzo, Di spalle a questo mondo, è illuminato da una frase di Olga: “Adesso so di che cosa siamo fatti. Di una nuova cognizione della vita, della voglia di voltare le spalle a questo mondo, di trasformarci in una tensione estrema”. Voltare le spalle a questo mondo è il messaggio nascosto del romanzo? si riferisce al nostro presente?

Il titolo del romanzo è “Di spalle a questo mondo”. Vuol dire che Ferdinando e Olga hanno rifiutato il loro tempo, il loro mondo segnato da iniquità e corruzione, non il mondo in genere, la vita che spera, agisce eticamente e può rifondare l’uomo. Non è un caso che, dopo aver guardato fronte a fronte il mondo in cui hanno vissuto, i due concepiscano un patto assurdo: trasformarsi in poesia, vincere il non senso dell’esistenza abbattendosi ed elevandosi nelle illusioni e nelle verità custodite dalla poesia.

 

Che impegno, e di quale durata, comporta la ricostruzione delle vicende di personaggi dalla vita così intensa e significativa? e in cosa principalmente si sostanzia? lettura dei giornali dell’epoca? di eventuali carteggi e corrispondenze? e quanto invece conta la pura fantasia?

Il romanzo più che una biografia storica è una biografia di anime. Ho narrato le vicende vissute da Ferdinando Palasciano e da Olga Vavilova andando a ristudiare gli eventi dell’epoca. Ho consultato riviste scientifiche, visitato luoghi e dialogato con esperti di storia della medicina. Il dettaglio doveva essere preciso, ma serviva soprattutto a scolpire l’ambientazione e il tempo in cui inserire la reinvenzione dei moti del cuore e della psiche dei due. Maschere mie, ho detto, caratterizzate da una profonda tensione creaturale.

 

Edoardo Dalbono, La terrazza

Si tratta di una semplice suggestione letteraria il racconto di Ranieri che avrebbe chiesto di seppellire i resti di Leopardi nella dimora dei coniugi Palasciano?

Il racconto di Ranieri mi è stato suggerito da una leggenda che circolava nel borgo del Moiariello, dove sorge la torre del Palasciano. Si diceva che i resti di Leopardi fossero stati sepolti nel giardino della torre. Poi mi sono imbattuta in un testo di Loretta Marcon, studiosa di Leopardi, in cui, studiando il giallo della sepoltura del poeta, si avanzava l’ipotesi che Ranieri, appassionato di anatomia, per amore e per invidia, avesse trattenuto presso di sé il corpo di Leopardi con l’obiettivo di aprirne il cranio e studiare il cervello. A questo punto le mie suggestioni hanno inventato il racconto, il cui significato principale era quello di rappresentare nel testo un centro irradiatore di poesia e di una dolorosa visione del mondo.

 

Al termine della lettura dei romanzi dedicati a Gemito e a Palasciano, l’impressione è che veri protagonisti siano la lingua, i luoghi, gli abitanti, e in definitiva tutta la città di Napoli, è così?

La lingua usata è il sangue dei caratteri. Mima il ritmo dei pensieri e delle passioni. La città è theatrum mundi. I personaggi sono funzioni di maschere che passano dalle crudezze di vita alle illusioni di una nuova forma di trascendenza.

 

 


 

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il Genio dell’abbandono (Neri Pozza 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza, è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, arrivato finalista al Premio Strega.