Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Annalisa Barletta
*
Cerco la parola secca, avulsa, mutilata,
l’incomprensione alla finestra per aprire
al mio indirizzo e trovarmi nel buio-viscera,
incoerente per l’insonnia del sangue.
Cerco lo spazio che scavi negli intervalli
degli anestetici, un ponte che liberi la sillaba
e la dilati più al largo, oltre l’incesto del reale;
la menzogna che mi volle voce rosa dal nulla.
Cerco te che sai di foglia del mattino
e porti agli occhi l’odore fresco dei racconti
che a leggerti tengo sempre un incipit,
il minio che si fa intreccio
e traccia un destino.
*
Ha una coscienza botanica
la natura del cuore, fiorire nelle riotte
ai fossi e inciampare nella sistola
del pianeta, gorgogliare con voce
di stelo la vita magra, il capitale
del suo arcaico poetare:
scivolare supplice alle ginocchia
della crepa, potare una spina e riuscire
agli orizzonti negli orti sacri
con occhi stanchi di crudo stupore.
*
Tutto è finzione mi dici,
ma è dall’etere che si stacca il segno
e viene a visitarci una bolla
d’azzurro, un ciglio di eterno
nello sbaglio dell’orlo
e tu lo lecchi con arsura
di naufrago, ed è una morte
che torna l’inverno e ci salva
le labbra la pena del miele.
*
Sei una luce imperfetta
vieni dal domani e incanti
le vesti per lavacri d’impurezza.
Il nudo traspare solo se si sente
libero da inganno e la società
è una macchia di guazza
spalmata sull’asfalto del fiore.
Così si sogna, amore mio,
con la vista torbida:
dietro ai corpi
tendaggi di paralume.
Laureata in lettere presso l’Università di Roma La Sapienza, abilitata all’insegnamento di discipline storico-letterarie, insegna come docente di ruolo di italiano e latino presso il Liceo ‘Moscati’ di Grottaglie in provincia di Taranto. Lettrice di prosa e versi, letteratura e saggistica di argomenti vari, talora scrive recensioni o ‘nugae’ e pubblica su blog e riviste online.
Le quattro poesie di Annalisa Barletta che qui proponiamo sembrano respirare lungo i bordi di un percorso unitario, di un luogo formale e concettuale in cui la parola si espone alla propria metamorfosi: ovvero la soglia. La ricerca della “parola secca”, la botanica del cuore, l’etere che segna, la luce imperfetta: ogni immagine è un dispositivo di scarto che rileva il reale dislocandolo, incrinandolo e infine costringendolo a rivelare la sua parte non conciliata col tutto, varcando anche solo di un passo il confine che separa la realtà (non dal sogno, ché sarebbe troppo banale, troppo abusato, ma) da sé stessa. Osserviamo, infatti, come la lingua proceda per condensazioni e slittamenti, trasformando corpo e natura in superfici di risonanza che però non travalicano il reale, bensì restano nel suo stesso bacino d’uso. Certo, siamo pur sempre nell’alveo meta-classico della metafora, eppure non sembra trattarsi, qui, di un mero ornamento indotto da malintese esigenze di stucchevolezza, bensì di un gesto di trasfigurazione vero e proprio, un modo di forzare la percezione del poetico oltre la sua stessa inerzia. Il soggetto poetico, sempre in tensione verso un altrove, sia esso della sillaba, della crepa o della nudità in quanto tale, abita il limite, la soglia appunto, come condizione generativa del senso delle cose. In questo peculiare significato, nelle poesie di Annalisa Barletta qui proposte la soglia assume una dimensione e un’importanza strutturale: è il punto in cui Barletta colloca la sua voce, sospesa tra rivelazione e opacità, tra impurità e desiderio di forma, facendo della poesia un atto di attraversamento perpetuamente aperto ed esposto.



















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