A tentoni nel buio di Paolo Polvani | Credere nella grazia della parola (Alcune poesie inedite di Cinzia Colazzo e tre domande)

 

Poesie tratte da:

10 grammi
di
SODA CAUSTICA
Igroscopico, deliquescente e in perle

 

                            Dolce colloquio

Uno dei due è steso accanto a me
nella sagoma delle molle
le gambe incrociate, i gomiti a triangolo,
il colore del riso pilaf mangiato a pranzo.
Lo vedo gonfiarsi come un pesce
nello sciabordio della gola
snur zzz ronron fff — così
con il libro di O’Hara
mi sistemo nell’altra camera
e nuoto dentro l’aria attorno.
Alla poesia Aus einem April
apro la finestra sopra il ristorante Gandhi
mi siedo sulla cornice, le gambe fuori
e lancio un grido ai merli canori.
Uno dei due uomini nella viuzza ride
ride felice per i miei piedi grandi.
Dopo tre giorni il pesce puzza, dice.

 

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                                          parto

un grumo come muscolo bovino
fra le gambe l’emoglobina giù a pinte
registrava per l’ambulanza,
stavolta niente parto in casa.

io piena, dicembre e neve
avanti tutta a mele e uva
una fame di mondarmi
                 deflate

nel ventre sepolcro la testa in risacca
tutta la terra è crampo d’acqua.
ho premuto un bramito da dentro
cordata di urla, strazio in vicolo cieco

               poi è nato
il pupo come sucro delle carni
stesso gruppo sanguigno, stesso cognome
scurissimi occhi, inscrutabile segno:
due animali nudi
e in mezzo un nuovo sole

 

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Foto di Paolo Zanardi, Parma, 2025

delle parole nei primi anni d’istruzione (conifere, steppa,
foraggio) apprese dai sussidiari (nel paese agricolo) senza
affettuosità (colata lavica) impresse per ripetizione (Giolitti,
detriti) in scatole da veleno per topi (combustibili e comburenti),
di queste parole (complemento di termine) anemiche (valvassori,
latifondo) lucidate a inchiostro (il terziario) perpetrate dalle ore
settimanali sabato incluso (nucleo terrestre, industria casearia)
battute quando il ferro è caldo (il fiume più lungo della Spagna),
ne ho ingoiate spanne e spanne come uno spago in bocca nello
spreco dell’alfabetizzazione di base e ancora mi chiedo come fra i
miasmi di diserbante linguistico, ricoperta di micidiale verderame
patrio, io sia poi riuscita a credere nella grazia della parola, la gola
che guizza illesa quando dico desiderio, luccio, i fiori del male.

 

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                                  Il piede in due scarpe

La lingua non è una cosa che si ha
come la brocca della nonna
o una trina di fiandra.
Nessun tedesco possiede la lingua tedesca
nessuno slavo ha messo il nodo
alla gola di una lingua slava.

Incontrare una lingua è come girare
attorno a un albero di maggio
o sbottonare la camicia a un nuovo amore,
somiglia a un corso serale con la pioggia
che percuote il vetro.

Sul sentiero verso una lingua nuova,
si perdono le scarpe di quella vecchia
per un po’ si cammina a piedi nudi sulla breccia

– e nessuna parola in bocca è buona.
Se si decide di tornare indietro
riunendosi alla prima lingua
si penserà sempre all’altra.

Nessuno possiede una lingua per sé
lì adagiata passivamente, divaricata,
ciascuno si diverte come su una cetra
anche se, a volte, la maltratta.

Da bambino anche tu hai giocato con la lingua
qualcuno ha riso per la sintassi
tua madre ha segnato le parole che usavi
(chi dice che tu non sia un poeta?)
ed eccoti cresciuto nei tuoi stivali,
ma qualcuno ha scalato la stessa
montagna a piedi scalzi.

 

C’è un momento preciso in cui sei riuscita a credere nella grazia della parola?

Da praticante, credo nella grazia della parola, ma non nella parola graziosa, e neppure nelle buone intenzioni dei parlanti. Reiteriamo automatismi linguistici e usiamo un linguaggio a basso potenziale (soprattutto quando parliamo senza dire). Per me, la parola è un giocattolo: mi piacerebbe smontarla, come tenterebbe un bambino, vedere come è fatta dentro. Nella prossima raccolta, in uscita a maggio, compare una breve prosa in cui mi intrattengo con una parola-bambola che “sta muta e ritrosa, si piega come la dispongo io, la mia bella bambola mite che non contraddice e si lascia confezionare, infiocchettare a festa sino a che mi sono divertita abbastanza, non fiata se la metto in una stanza”… In un’altra poesiola dico “Mi lecco tutte le parole / preferendo quelle con la L / lallo licenze foniche / folle rally di toniche / scocco la lingua flessa, rollo / la R alla tedesca / e a fine giorno, satolla, / un ruttino”. Praticare questo gioco significa anche guardare cosa gli altri fanno con la loro bambola, come ne dispongono le gambe, come la vestono: sono molto grata per le nuove possibilità che vengono indicate. A chi interessa aprire la scatola musicale a carillon e trovare un Čajkovskij meccanico e una ballerina magra e rigida che gira? Non è più interessante l’idea che la ballerina sul piedistallo cominci a fare stretching o si sieda a vedere un talk show in tv o che anziché il tutù indossi la bandiera di un popolo oppresso? Perseguo queste discese, gli spostamenti da una collocazione fissa: se scrivo di me in poesia sono un geco immobile e obliquo su un muro bianco, o un corpo metallico che ascende pezzo per pezzo come tirato da un magnete, o un’attinia sul fondale che non si muove, ma sputa veleno. In realtà sono seduta in una stanza, è spesso l’alba (l’ora-cerniera con il mondo del sogno e il dormiveglia delle intuizioni, l’unica ora veramente solo nostra) e attendo che la parola mi faccia la grazia di dividermi dal piano reale.

 

Che importanza dai alla musicalità, al suono di ogni singolo verso, di ogni singola parola, e in che maniera il tuo orecchio, la tua sensibilità è influenzata dall’essere anche musicista?

In una precedente raccolta (Il mare brucia, Pequod) parlavo del gioco poetico come di un “salto di corda per ore”. Per me la corda è la materia fonica; il gioco sta nella combinazione di suono e ritmo nel metro, e di suono nello spazio e nel corpo (immaginando la parola recitata o performata); il risultato del gioco è il tracciato sulla pagina bianca (come notazione alfabetica o non-alfabetica che compone una forma). Ognuno di questi aspetti può essere approfondito in modo isolato. Con il suono lavoro per adesione: dispongo al centro una sillaba o un fonema e sento emergere parole che si raggruppano fonicamente (come le ninfee nel lago). In questo modo, anche se si va a capo, la frase è un lungo legato – così in una poesia contenuta in Luce al neon, VAN editrice: “Fuori scorrono i fitti fusti di eucalitti / infestanti e dritti”. Recentemente sto lavorando alla musicalità translinguistica, come nella poesia inedita gegen bad poetry klagen [cit.]: “[…] pallido-opale / ich urteile / und klage, piaghe / di righe piatte, blatte / bianche di paginette / gegen bad poetry & pottery urtare […]” (Blatt in tedesco vuol dire foglio). Inoltre, mi interessa capire come fare poesia contemporanea nello stesso modo in cui un compositore colto scrive musica seriale o spettrale – ragionare su altri linguaggi, altri mezzi e innesti. Suono e immagine. Per me il modo in cui David Lynch e Peter Greenaway dipingono i loro film è stata una folgorazione. Ho deciso quindi di lavorare alle poesie come a grandi scene, pitture, ritratti, nature morte, interni, che ho raccolto in How to Paint a Poem.           

Un tuo verso dice: “Da bambino anche tu hai giocato con la lingua”. Quanto di gioco, e quanto di bambino, è ancora presente nella tua poesia?

Sul tema annoto ancora questo: fare attenzione al trauma sotto al gioco. Il gioco non è mai il punto di inizio, ma il giro di boa del processo. Tutto parte da un urto. Per giocare con una lingua straniera, prima bisogna aver pianto la perdita della lingua madre. Ho cominciato a scrivere in tedesco solo dopo essere rientrata in Italia: a distanza (di sicurezza) potevo distillare l’esperienza di vita in repertorio fonico aumentato. Per me il gioco linguistico in sé è vuoto, come fare le parole crociate: chi mai incornicerebbe una pagina de La settimana enigmistica? La scrittura poetica sotto al gioco nasconde materia salina, venosa, ossa rotte, pugnalate alle spalle, le stille del mansplaining, la maestra tedesca che saluta il bambino dicendo “Mamma mia, pizzeria!” anche se figlio di una laureata con un C2 in Deutsch. La parola può essere ammuffita, molesta, compulsiva e collosa: per questo, a volte, serve la soda caustica. Il linguaggio dei bambini, invece, è ancora un campo poco regolamentato: producendo parole prima della disciplina che verrà, inventa forme, parte dalla funzione per trovare il nome, allunga peduncoli laddove non arriva per imitazione, riporta in luce forme antiche e sepolte, ma coerenti, commette errori terribilmente interessanti, ma, soprattutto, è un buongustaio.

 

 

 

Cinzia Colazzo, nata nel ‘76, laureata con lode in filosofia e diplomata in pianoforte, è vissuta in Salento, Liguria, Toscana e 15 anni a Berlino. Ha tre figli. Sue poesie sono apparse su minima&moralia, Versopolis, Avamposto di poesia e Bottega Portosepolto. Ha pubblicato le sillogi Il mare brucia (Pequod, 2023) e Luce al neon (Vita Activa Nuova, 2024, Premio Rilke). Nel 2024 è risultata finalista dei Premi letterari Arcipelago Itaca, Poesia del Mezzogiorno e Poesia di Strada; nel 2025 è stata finalista nella selezione di Bologna in Lettere, mentre la sua silloge breve 10 grammi di soda caustica è stata selezionata dal Premio editoriale di Arcipelago Itaca. Ancora nel 2025 è stata invitata a Bologna da RicercaBO, Dialoghi e Officina Roversi, a Lecce da Letture Prossime e a Berlino dalla Haus für Poesie. A maggio uscirà con Marco Saya la sua ultima raccolta, How to Paint a Poem.