
Redes de música anchas como el cielo di Claudia Zironi | Intervista al musicista Ricardo García / Entrevista al músico Ricardo García (ITA / ESP)
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Ricardo García Núñez (Lima, 1962) è charanguista, docente e divulgatore della musica tradizionale peruviana. Dal 1986 si dedica allo studio e all’interpretazione del charango, sviluppando un percorso artistico profondamente legato alle musiche popolari andine e alla diversità culturale del Perù.
È membro fondatore del gruppo peruviano Los Cholos, nato alla fine degli anni Novanta e dedicato alla ricerca, all’interpretazione e alla diffusione dei diversi linguaggi musicali tradizionali del Paese. Il gruppo è composto da Jinre Guevara (voce, strumenti a fiato e percussioni), Gomer Valverde (chitarra e voce), Ricardo García (charangos) e Vassili Goytisolo (strumenti a fiato, basso e percussioni).
Attraverso un repertorio che comprende huaynos, marineras, danze indigene quechua, musiche amazzoniche e canzoni in spagnolo e quechua, Los Cholos hanno costruito una proposta artistica incentrata sull’identità pluriculturale del Perù e sulla preservazione viva delle tradizioni popolari.
Con Los Cholos, Ricardo García ha attraversato numerose regioni del Perù partecipando a concerti, incontri culturali e progetti di divulgazione musicale. Il gruppo ha pubblicato sei produzioni discografiche: Música y canto (2004), Kachaniraqmi (2008), Cerquita del corazón (2010), Canciones de cal y canto (2015), Charango cholo (2018) e Como agua del camino (2021), lavoro che segna anche il definitivo passaggio dal disco fisico alle piattaforme digitali.
Parallelamente all’attività artistica, García svolge da decenni un’importante opera pedagogica e di diffusione culturale legata al charango peruviano. Fa parte della Casa Cultural Charango Cholo, spazio dedicato all’insegnamento, alla promozione e alla salvaguardia delle musiche tradizionali andine e popolari del Perù. Ha inoltre partecipato, insieme a Jaime Camilo Calderón Vallejos, alla pubblicazione del materiale didattico Charanguito de Nogal – Cancionero de Charango Peruano, destinato all’insegnamento e alla diffusione dello strumento.
Riconosciuto in Perù come uno degli interpreti più rappresentativi del charango peruviano contemporaneo, Ricardo García Núñez ha costruito un linguaggio musicale profondamente legato alla memoria popolare, al paesaggio andino e alla dimensione umana delle musiche tradizionali.
Benvenuto, Ricardo García.
Entriamo subito nel vivo dell’intervista.
Ricardo, ricordi il momento in cui il charango è entrato per la prima volta nella tua vita? Che cosa ti ha conquistato di quel suono?
La prima volta che ebbi la possibilità di pizzicare le corde di un charango fu per puro caso. Fin da bambino amavo l’arte, perché mio padre si è sempre preoccupato di trasmettermela. Il mio sogno era diventare chitarrista. In casa c’era una vecchia chitarra, ma non era mia; imparai alcune cose molto semplici, però desideravo comprarne una tutta mia perché mi piaceva la musica in generale.
Sono cresciuto nel porto di Callao e sono stato influenzato da diverse correnti musicali: salsa, bolero, rock, musica tradizionale costiera (chiamata musica criolla). Da adolescente amavo in particolare il rock progressivo e la musica classica; della musica tradizionale andina o amazzonica sapevo invece molto poco, perché in Perù abbiamo una società profondamente frammentata dal punto di vista socioculturale, come conseguenza del colonialismo.
Per una di quelle casualità che cambiano la vita, quando andai a comprare la mia chitarra, il suo prezzo era aumentato a causa della storica crisi inflazionistica che il mio Paese stava attraversando in quel periodo. Così, per non tornare a casa a mani vuote, il venditore di strumenti mi convinse a portare con me un charango. È un gesto per il quale gli sarò sempre infinitamente grato, perché mi ha aperto le porte di un mondo sconosciuto, di un percorso di scoperta, di appartenenza e di profondo legame non soltanto con la musica tradizionale, ma anche con un modo nuovo di percepire il mio Paese e la sua realtà.
Hai iniziato a suonare nel 1986. Com’era, in quegli anni, l’ambiente del charango a Lima e in Perù?
In quegli anni era in pieno sviluppo quella che veniva chiamata “musica latinoamericana”, cioè una musica costruita all’interno di un formato standard che riuniva espressioni provenienti da diversi luoghi dell’America Latina. Tra i gruppi di riferimento vi erano formazioni boliviane come i Kjarkas e Savia Andina, oppure cilene come Inti Illimani e Quilapayún: tutti musicisti eccellenti.
Nelle poche scuole di folklore esistenti si insegnava fondamentalmente il charango, ma vi era anche una sorta di negazione della musica tradizionale peruviana. Col passare del tempo scoprii invece che proprio lì risiedeva una straordinaria forma di resistenza e continuità culturale.
Fu così che conobbi la musica dei maestri Jaime Guardia, Ángel “Torito” Muñoz, Julio Benavente, Félix Paniagua e dei fratelli Alvarado, per citare solo alcuni riferimenti fondamentali. Scoprii inoltre la morfologia dei charangos di Ayacucho, Arequipa, Cusco e Puno, il loro grande sviluppo tecnico e repertoriale e una tradizione profondamente radicata tra la gente comune, ma che ancora oggi continua a essere poco valorizzata e diffusa dai centri di potere.
Decisi allora di andare direttamente alla fonte, dai grandi maestri, per imparare da loro. Ebbi la fortuna di essere accolto con grande affetto e generosità.
Il tuo lavoro sembra profondamente legato alla memoria popolare peruviana. Quale posto occupa oggi il charango nell’identità culturale del Perù?
Il mio lavoro è legato alla memoria popolare e tradizionale peruviana. Nel corso del tempo ho potuto constatare l’esistenza di una sorta di vuoto, di interruzione generazionale. Dopo l’eredità lasciata dai grandi maestri, gli sforzi individuali continuano a essere insufficienti, perché non sono emerse nuove generazioni di charanguisti nella misura che ci si potrebbe aspettare e le politiche di valorizzazione e diffusione dello strumento da parte delle istituzioni sono state pressoché inesistenti.
Fortunatamente esiste un gruppo di colleghi e persone legate al mondo del charango — musicisti, insegnanti e liutai — che sta lavorando intensamente per promuovere e rafforzare la presenza di questo splendido strumento.

Charango del liutaio Francisco Eduardo Fioravanti
Dal punto di vista musicale e organologico, quali elementi distinguono, secondo te, il charango peruviano all’interno dell’ampio universo delle tradizioni charanguistiche andine?
Dal punto di vista morfologico, il charango peruviano è costruito in legno laminato e presenta una certa somiglianza con la chitarra barocca. Secondo l’immaginario collettivo e la tradizione popolare, si racconta che la riduzione delle dimensioni della chitarra sarebbe nata come una sorta di scherno nei confronti dell’invasore spagnolo e per poter nascondere più facilmente lo strumento sotto il poncho.
Un altro elemento distintivo è rappresentato dal repertorio, estremamente vasto nonostante la scarsa diffusione che ha avuto a livello ufficiale. Inoltre ogni regione, e all’interno di essa ogni comunità, sviluppa tecniche differenti per suonarlo. Tutto ciò contribuisce ad alimentare e ad accrescere il grande fiume di conoscenze che è il charango in questa parte del mondo chiamata America Latina.
In particolare, che cosa intendiamo per “charango cholo”?
“Charango Cholo” è il titolo del sesto album del mio gruppo Los Cholos, pubblicato nel 2018 in una formazione basata su chitarra e charango. Si tratta di un lavoro con finalità didattiche, concepito come una sorta di prodotto multimediale corredato da spartiti e intavolature, pensato per favorire un avvicinamento a questi generi andini, sia meticci sia indigeni, che riteniamo possano suscitare interesse.
Il repertorio proposto è in gran parte nuovo per molti charanguisti di diverse parti del mondo. Attraverso questo progetto abbiamo cercato di esplorare sonorità e generi tradizionali, condividendo al tempo stesso alcune composizioni che fanno parte del patrimonio culturale del Perù.
Dal punto di vista tecnico, esistono differenze importanti tra la costruzione del charango peruviano e quella del charango boliviano? Penso, ad esempio, alla cassa armonica, all’accordatura, all’attacco o al modo di accompagnare.
Il charango più diffuso nel mondo è quello boliviano, la cui morfologia si ispira al carapace del kirkincho, un piccolo animale che vive nelle regioni altoandine della Bolivia. In origine il suo guscio veniva utilizzato per costruire i charango, anche se oggi questa pratica è vietata e ne è rimasta soltanto la forma come fonte di ispirazione.
La liuteria ha quindi trasferito quel concetto al legno. In Perù, invece, utilizziamo prevalentemente una cassa armonica laminata, simile a quella di una chitarra in miniatura, e il charango svolge principalmente la funzione di strumento “cantore”: nella maggior parte dei casi canta insieme alle voci all’interno dell’ensemble musicale, pur mantenendo anche una funzione di accompagnamento.
Un’altra caratteristica importante è l’uso del tremolo, tecnica esecutiva molto rappresentativa della tradizione musicale di Ayacucho. Consiste nel produrre una nota o una melodia continua attraverso una rapida successione di pizzicati della mano destra su una o più corde, creando un effetto sostenuto e altamente espressivo. Si tratta di una tecnica mutuata dall’arpa.
Nelle tue interpretazioni si percepisce molto il legame tra il charango e il canto popolare. Pensi che in Perù lo strumento conservi una funzione più “cantabile” e accompagnatrice rispetto ad altre scuole più orientate al virtuosismo?
Sì, in Perù il charango svolge la funzione di strumento cantore e noi ci siamo sempre avvicinati a questo modo di apprenderlo attraverso la tradizione. Tuttavia, lo facciamo nella consapevolezza che tutto cambia e che nulla è eterno, nemmeno le tradizioni.
Per questo cerchiamo di costruire ponti tra il contemporaneo e il tradizionale, affrontando diversi generi della musica tradizionale peruviana affinché le persone possano avvicinarsi a essi, riconoscersi in essi e, successivamente, risalire alle fonti originali.
Quali tecniche della mano destra o di rasgueado consideri particolarmente caratteristiche del charango peruviano?
Il charango in Perù possiede caratteristiche molto particolari, sia nella mano destra sia nella mano sinistra. Nella tradizione di Ayacucho si utilizza ampiamente il tremolo della mano destra, mentre la mano sinistra ricorre frequentemente ai glissati, che conferiscono al suono grande espressività e dolcezza. Sono inoltre molto utilizzate le scale di passaggio per collegare una strofa all’altra.
Nelle fughe o nelle sezioni finali degli huaynos si eseguono rasgueados che riproducono e accompagnano la melodia cantata. Lo stesso avviene a Puno con il chillador, una variante di charango più piccola, dotata di corde metalliche, che svolge anch’essa una funzione di strumento cantore nei wayños e nei kajelos.
Esistono ritmi o generi peruviani che, a tuo parere, rivelano in modo particolare l’anima del charango?
Credo che esista una grande varietà di generi nei quali il charango possa esprimersi pienamente. Tuttavia, nella sua essenza, è il huayno il genere che meglio definisce l’anima del charango in Perù.
Los Cholos lavorano con canzoni in spagnolo ma anche in quechua. In che modo lingua, territorio e suono dialogano all’interno del vostro progetto?
Il lavoro dei Los Cholos cerca di valorizzare e riaffermare una parte della storia musicale del Perù, un Paese che ha attraversato diversi processi di colonizzazione e profonde trasformazioni politiche, sociali e culturali che hanno segnato la storia della nostra patria. Eppure, nonostante tutto, il Perù continua a rimanere in piedi, a cantare e a danzare, rinnovando le proprie speranze attraverso le molteplici manifestazioni della sua cultura.
All’interno della formazione che utilizziamo – voci, chitarra, fiati andini, percussioni e charango – cerchiamo di adattare e reinterpretare diversi generi musicali per valorizzarli e condividerli, affinché possano rimanere vivi nella memoria delle persone.
Nella vostra musica compaiono huaynos (wayños), marineras, danze indigene e musiche amazzoniche. Come riuscite a mantenere un’identità coerente all’interno di una diversità così ampia?
Come diceva il nostro più illustre scrittore, l’amauta (maestro e guida culturale, in quechua – N.d.R.) José María Arguedas, siamo un Paese di tutte le stirpi, un Paese straordinariamente ricco non soltanto di risorse naturali, ma anche di manifestazioni culturali.
La maggior parte dei generi musicali si è sviluppata attraverso i diversi processi di colonizzazione ed evangelizzazione, dando origine a quel vasto ventaglio di forme musicali che oggi conosciamo e che, in molti casi, rappresentano la nostra resistenza culturale, espressa attraverso una grande bellezza.
Noi dei Los Cholos siamo consapevoli che una sola vita non basta per studiare tutti i generi musicali ancora vivi in Perù e che continuiamo a scoprire giorno dopo giorno.
Che importanza hanno il paesaggio peruviano — la sierra, la pioggia, la terra, i villaggi — nel tuo modo di intendere la musica?
Senza alcun dubbio, la musica riflette il sentire dei nostri popoli. La maggior parte delle musiche e delle danze è legata alla natura, agli animali, alle divinità, alle feste, ai riti, alle credenze, ai modi di innamorarsi, al paesaggio e al clima.
A volte la musica riesce a rendere visibili i popoli meglio delle mappe ufficiali. Attraverso di essa scopriamo come si innamorano, come piangono, come ridono, come cantano, come celebrano i loro santi patroni, ma anche come affrontano le avversità e le ingiustizie che fanno parte della loro storia.
Nel corso degli anni, come è cambiato il tuo rapporto personale con lo strumento? Che cosa cerchi oggi nel charango che forse non cercavi agli inizi?
Nel corso degli anni è stato un continuo processo di apprendimento e di riapprendimento delle diverse modalità esecutive del charango, uno strumento dalle possibilità praticamente infinite. Non ho mai perso la capacità di stupirmi ascoltando i vecchi maestri, coloro che hanno aperto la strada, e continuo a sorprendermi davanti alle nuove generazioni di charanguisti che emergono non solo in Perù, ma in molte altre parti del mondo dove questo strumento così bello, così vivo e dal timbro tanto peculiare continua a essere suonato.
Ciò che cerco oggi nel charango – e che in realtà ho cercato fin dall’inizio – è sviluppare un percorso personale. Ispirandomi a ciò che ho appreso da diversi maestri, realizzo i miei arrangiamenti e le mie composizioni concentrandomi sulla musica tradizionale del Perù, cercando al tempo stesso di imprimervi una cifra stilistica personale.
Nel mio caso sento una necessità urgente di diffondere, senza patriottismi né sciovinismi, ciò che siamo come espressione culturale del mio Paese, condividendo ciò che continuiamo ad apprendere dal nostro popolo e restituendolo attraverso canzoni, lezioni, laboratori e altre attività.
Come accennavo prima, possediamo un immenso patrimonio culturale da condividere, ma ancora poco visibile dal punto di vista delle istituzioni ufficiali. In questo tentativo cerco di affrontare temi non molto consueti nel repertorio del charango, come l’adattamento di musiche normalmente eseguite con arpa e violino, strumenti che la popolazione indigena ha fatto propri quasi clandestinamente. Si tratta di una tradizione poco valorizzata a livello ufficiale, ma di una bellezza straordinaria che merita di essere condivisa con il mondo.
Oltre a essere musicista sei anche insegnante. Che cosa cerchi di trasmettere ai giovani che oggi si avvicinano al charango per la prima volta?
Nel mio lavoro di docente cerco di avvicinare gli allievi, con affetto e rispetto, a uno strumento così bello e così profondamente radicato nella cultura peruviana e latinoamericana.
È un’esperienza molto gratificante vedere il loro stupore quando scoprono la varietà di tecniche sviluppate nel charango. Molti arrivano infatti con l’idea che si tratti semplicemente di uno strumento d’accompagnamento, per poi rendersi conto della ricchezza di tecniche, generi e modalità esecutive che esso racchiude.
Ti preoccupa che alcune tradizioni musicali possano andare perdute o essere eccessivamente folklorizzate nel mondo contemporaneo?
Credo che ciò che mi preoccupa maggiormente sia il fatto che molte persone non arrivino nemmeno a sapere quanta bellezza esista nelle nostre espressioni tradizionali e nel charango.
Ci sono aspetti contro i quali è difficile lottare: i cambiamenti e l’accelerazione dei tempi sono inevitabili. Tuttavia, considero che siamo un Paese — e un continente — che ha ancora moltissimo da dire e da condividere, ma al quale troppo spesso non è stato permesso di prendere la parola.
Negli ultimi anni molte musiche tradizionali sono entrate nelle piattaforme digitali e nei circuiti globali. Questo aiuta a preservare queste culture oppure rischia anche di decontestualizzarle?
Credo che ciò che il sistema ci propone sia di imparare a cavalcare l’onda e a nuotare mentre siamo già in acqua. I sistemi di produzione musicale hanno attraversato una trasformazione rapidissima: dal disco in acetato alla cassetta, poi al compact disc e infine alle piattaforme digitali, dove, se non si dispone di un efficace apparato promozionale, è molto difficile che la propria musica venga ascoltata.
Si tratta in qualche modo di una lotta impari, considerando il poco spazio che le musiche tradizionali hanno a disposizione nei canali di diffusione. Nonostante ciò, bisogna continuare a lavorare per farle conoscere. Le condizioni e le regole del gioco sono cambiate; credo quindi che sia necessario adattarsi e cercare nuove strade per raggiungere il pubblico.
Che cosa significa per te suonare il charango oggi, dopo tanti anni di cammino?
Provo lo stesso piacere di quando ho iniziato a suonarlo, ma accompagnato da un forte senso di responsabilità: imparare per poter restituire. È un amore che con il tempo non ha fatto che crescere. Mi sento profondamente impegnato nei confronti del charango e, attraverso di esso, delle musiche tradizionali del mio Paese e di questa parte del continente.
Da un anno ho inaugurato la mia Casa Cultural Charango Cholo, dove insegno charango e promuoviamo concerti e attività culturali con l’obiettivo di avvicinare le persone a diverse espressioni artistiche e tradizionali.
L’anno scorso, insieme al musicista Camilo Calderón, abbiamo inoltre presentato un libro dedicato al repertorio per charango nella tradizione peruviana, contenente stili musicali che spesso restano poco conosciuti a causa della scarsa diffusione che hanno sempre avuto.
E infine: quando pensi al Perù attraverso la musica, quale suono senti che lo rappresenta più profondamente?
Il Perù è un multicolore ventaglio di tradizioni e di storie, una diversa per ogni comunità e per ogni territorio. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto e di stare vicino a persone legate alle espressioni tradizionali, a maestri conosciuti e sconosciuti che hanno consacrato la loro vita allo sviluppo della cultura. Per me è stato un privilegio straordinario.
Personalmente considero il suono dell’arpa e del violino — caratteristico delle popolazioni delle regioni altoandine, che peraltro sono tra le più emarginate — una fonte di ispirazione fondamentale per il mio lavoro. La loro autenticità, la loro delicatezza e la loro bellezza entrano in profonda sintonia con il charango.
Penso che questi strumenti rappresentino in modo particolarmente efficace la musica andina. Per questo motivo ho realizzato numerosi adattamenti di questo magnifico repertorio, mettendo alla prova e valorizzando la straordinaria versatilità del charango.
Grazie.
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Ricardo García Núñez (Lima, 1962) es charanguista, docente y difusor de la música tradicional peruana. Desde 1986 se dedica al estudio y la interpretación del charango, desarrollando una trayectoria profundamente vinculada a las músicas populares andinas y a la diversidad cultural del Perú.
Es integrante fundador del grupo peruano Los Cholos, conjunto nacido a finales de los años noventa y dedicado a la investigación, interpretación y difusión de los diversos lenguajes musicales tradicionales del país. El grupo está conformado por Jinre Guevara (voz, vientos y percusión), Gomer Valverde (guitarra y voz), Ricardo García (charangos) y Vassili Goytisolo (vientos, bajo y percusión).
A través de un repertorio que integra huaynos, marineras, danzas indígenas quechuas, músicas amazónicas y canciones en español y quechua, Los Cholos han construido una propuesta artística centrada en la identidad pluricultural peruana y en la preservación viva de las tradiciones populares.
Con Los Cholos, Ricardo García ha recorrido numerosas regiones del Perú participando en conciertos, encuentros culturales y proyectos de difusión musical. El grupo ha publicado seis producciones discográficas: Música y canto (2004), Kachaniraqmi (2008), Cerquita del corazón (2010), Canciones de cal y canto (2015), Charango cholo (2018) y Como agua del camino (2021), trabajo que marca además el paso definitivo desde el disco físico hacia las plataformas digitales.
Paralelamente a su actividad artística, García desarrolla desde hace décadas una importante labor pedagógica y de difusión cultural vinculada al charango peruano. Forma parte de la Casa Cultural Charango Cholo, espacio dedicado a la enseñanza, promoción y preservación de las músicas tradicionales andinas y populares del Perú. Asimismo, participó en coautoría con Jaime Camilo Calderon Vallejos en la publicación del material didáctico Charanguito de Nogal – cancionero de Charango Peruano, orientado a la enseñanza y difusión del instrumento.
Reconocido en Perú como uno de los intérpretes más representativos del charango peruano contemporáneo, Ricardo García Núñez ha construido un lenguaje musical profundamente ligado a la memoria popular, al paisaje andino y a la dimensión humana de las músicas tradicionales.
Bienvenido, Ricardo García.
Entremos de lleno en la entrevista.
Ricardo, ¿recuerdas el momento en que el charango entró por primera vez en tu vida? ¿Qué fue lo que te atrapó de ese sonido?
La primera vez que tuve la posibilidad de pulsar un charango fue por pura casualidad. Desde niño me gustaba el arte, pues mi padre siempre se preocupó de inculcármelo. Mi sueño era ser guitarrista. En casa había una vieja guitarra, pero que no era mía, aprendí cosas muy básicas, pero yo quería comprarme la mía porque me gustaba la música en general. Crecí en el puerto del Callao y estuve influenciado por diferentes vertientes musicales (salsa, bolero, rock, música tradicional costeña – llamada criolla), y de adolescente me gustaba especialmente el rock progresivo y la música clásica; de música tradicional andina o selvática casi no sabía nada, pues en Perú tenemos una sociedad bastante fracturada desde lo socio-cultural, debido al colonialismo. Por esas casualidades de la vida, cuando fui a comprar mi guitarra, esta ya había subido de precio, debido a la crisis histórica de inflación que padeció mi país en ese tiempo. Entonces, para no regresarme con las manos vacías, el vendedor de instrumentos me convenció de llevarme un charango, gesto que le agradezco infinitamente, porque esto me abrió las puertas a un mundo desconocido, a una forma de descubrimiento, conexión y querencia no solo de la música tradicional, sino a percibir mi país desde otra perspectiva.
Comenzaste a tocar en 1986. ¿Cómo era en aquellos años el ambiente del charango en Lima y en el Perú?
Por aquellos años había un desarrollo de la llamada música latinoamericana, es decir, música dentro de un formato estándar de diferentes lugares de América latina. Dentro de este, algunos grupos abanderados provenían de Bolivia, como los Kjarkas, Savia Andina, otros de Chile, como Inti Illimani y Quilapayún; todos excelentes músicos.
En las pocas escuelas de folklore que había se enseñaba básicamente el charango, aunque también había una suerte de negación de la música tradicional peruana, que, con el devenir del tiempo, fui descubriendo allí una forma de persistir. Así fue como descubrí la música de los maestros Jaime Guardia, Ángel “Torito” Muñoz, Julio Benavente, Félix Paniagua, los Hnos. Alvarado (por nombrar algunos referentes); me enteré de la morfología de los charangos ayacuchanos, arequipeños, cusqueños y puneños; su gran desarrollo en cuanto a técnica y repertorio, afirmando así una tradición muy arraigada entre la gente del pueblo, pero que desde el poder sigue siendo poco difundida hasta el día de hoy.
Entonces, me propuse ir directamente a la fuente, a los grandes maestros, y aprender desde allí. Tuve la suerte de ser acogido por ellos con mucho cariño.
Tu trabajo parece profundamente ligado a la memoria popular peruana. ¿Qué lugar ocupa hoy el charango dentro de la identidad cultural del Perú?
Mi trabajo está ligado a la memoria popular y tradicional peruana. En el devenir del tiempo, he podido constatar que hay una suerte de vacío, un bache generacional. Luego del legado que dejaron los maestros, los esfuerzos personales siguen siendo insuficientes, pues no han salido nuevas generaciones de charanguistas (no en la magnitud que se espera), y las políticas de afirmación y difusión del instrumento por parte de los gobernantes han sido casi nulas. Felizmente, hay un grupo de colegas y gente vinculada al charango (músicos, profesores, luthiers) que estamos trabajando arduamente en la difusión y afirmación de este bello instrumento.
Desde el punto de vista musical y organológico, ¿qué elementos distinguen, para ti, al charango peruano dentro del amplio universo de las tradiciones charanguísticas andinas?
Morfológicamente, el charango en el Perú es laminado, tiene una similitud con la guitarra barroca. Según el inconsciente colectivo y la tradición, dicen que la reducción del tamaño de la guitarra se debería a una suerte de burla al invasor español, y para esconder el instrumento debajo del poncho. Otra de las distinciones radica en el repertorio, el cual es muy amplio, pese a la poca difusión que ha tenido desde el oficialismo. Además, cada región, y dentro de ella, cada comunidad desarrolla diferentes técnicas para tocarlo, lo que sirve para hacer crecer el río de conocimiento del charango en esta parte del mundo llamado América Latina.
En particular, ¿qué entendemos por “charango cholo”?
“Charango Cholo” es el nombre del 6° disco de mi grupo Los Cholos, que grabamos en el 2018 en un formato de guitarra y charango; es un álbum con fines didácticos, pues es una especie de multimedia con partituras y tablaturas para generar un acercamiento a este tipo de géneros andinos (tanto mestizos como indígenas) que sentimos que puede ser interesante. Se trata de un repertorio nuevo para los charanguistas de las diferentes partes del mundo, donde hemos tratado de explorar sonoridades y géneros tradicionales, además de compartir algunas composiciones que forman parte del bagaje cultural peruano.
Desde el punto de vista técnico, ¿existen diferencias importantes en la construcción del instrumento peruano respecto al charango boliviano? Pienso por ejemplo en la caja, la afinación, el ataque o la manera de acompañar.
El charango más difundido en el mundo ha sido el charango boliviano con una morfología inspirada en el caparazón del kirquincho. Este es un animalito que vive en la zona alto andina de Bolivia, cuyo caparazón originalmente servía para elaborar charangos, aunque actualmente su uso está prohibido y solo ha quedado su forma como inspiración. Entonces, la luthería ha trabajado ese mismo concepto, pero en la madera. En Perú, en cambio, utilizamos mayormente la caja de resonancia laminada como si fuera una guitarra reducida, y donde la función del charango es la de un instrumento cantor; es decir, en la mayoría de los casos canta a la vez de las voces en un conjunto musical, aunque también acompaña. Otra de las características es que se utiliza el recurso del trémolo, que es una técnica de ejecución muy característica de la tradición musical de Ayacucho, que consiste en producir una nota o melodía continua mediante una rápida sucesión de pulsaciones de los dedos de la mano derecha sobre una o varias cuerdas creando un efecto sostenido y muy expresivo; es un recurso prestado de la técnica del arpa.
En tus interpretaciones se siente mucho el vínculo entre el charango y el canto popular. ¿Crees que en Perú el instrumento conserva una función más “cantabile” y acompañante respecto a otras escuelas más virtuosísticas?
Sí, en el Perú el charango cumple la función de instrumento cantor y nosotros nos hemos acercado siempre a esa forma de aprendizaje desde la tradición, aunque siempre bajo la mirada que todo va cambiando, nada es eterno, incluso las tradiciones. Entonces, tratamos de tender puentes entre lo contemporáneo y lo tradicional, abordando géneros diversos dentro de la música tradicional peruana para que la gente pueda acceder a ellos, se identifique y luego recurra a las fuentes originales.
¿Qué técnicas de mano derecha o de rasgueo consideras particularmente características del charango peruano?
El charango en el Perú tiene características muy especiales, tanto en mano derecha como en mano izquierda. Se utiliza mucho el trémolo especialmente en la tradición ayacuchana en la mano derecha y muchos glissandos en la mano izquierda que le dan mucha expresividad y dulzura al sonido, además de las escalas para pasar de un verso a otro. En las fugas o partes finales de los huaynos se rasguea cantando la melodía. Lo mismo ocurre en Puno con el chillador, que es un charango de cuerdas de metal, de dimensiones más pequeñas, pero que también cumple rol de instrumento cantor en wayños y kajelos.
¿Existen ritmos o géneros peruanos que, en tu opinión, revelan especialmente el alma del charango?
Yo creo que hay una gran diversidad de géneros donde el charango tranquilamente se puede desarrollar, pero en esencia, es el huayno el que define el alma del charango en el Perú.
Los Cholos trabajan con músicas en español y también en quechua. ¿Cómo dialogan lengua, territorio y sonido dentro de vuestro proyecto?
El trabajo con Los Cholos trata de afirmar parte de la historia musical del Perú, un país que ha sufrido diferentes procesos de colonización, procesos políticos, sociales y culturales que han ido marcando la historia de nuestra patria, pero que, pese a todo, sigue de pie, cantando y bailando, renovando sus esperanzas a través de las diferentes manifestaciones culturales. Dentro del formato que utilizamos que son voces, guitarra, vientos andinos, percusiones y charango tratamos de adaptar diferentes géneros para ponerlos en valor y compartirlos para que puedan quedar en la memoria de las personas.
En vuestra música aparecen huaynos (wayños), marineras, danzas indígenas y músicas amazónicas. ¿Cómo logran mantener una identidad coherente dentro de una diversidad tan grande?
Como decía nuestro escritor más insigne, el amauta José María Arguedas, somos un país de todas las sangres, un país exuberantemente rico no solo en riquezas naturales, sino en manifestaciones culturales. La mayor parte de los géneros musicales se han ido creando a partir de los diferentes procesos de colonización y de evangelización, y han dado lugar ese abanico de géneros tan diversos, que en muchos casos representan nuestra resistencia cultural, rodeados de mucha belleza. Con Los Cholos tenemos claro que la vida no nos va a alcanzar para poder estudiar todos los géneros que hay vivos en el Perú todavía y que aún seguimos descubriendo.
¿Qué importancia tiene el paisaje peruano – la sierra, la lluvia, la tierra, los pueblos – en tu forma de entender la música?
Sin lugar a dudas, la música refleja el sentir de nuestros pueblos. La mayor parte de la música y las danzas están relacionadas con la naturaleza, los animales, sus dioses, sus fiestas, sus ritos, creencias, sus formas de enamoramiento, el paisaje, el clima.
A veces, la música puede visibilizar mejor a los pueblos que los mapas oficiales; a través de ella nos enteramos de cómo se enamoran, como lloran, como ríen, como cantan, como celebran a sus Santos Patrones y también de las luchas de los pueblos ante las adversidades e injusticias de las cuales no son ajenos.
A lo largo de los años, ¿cómo ha cambiado tu relación personal con el instrumento? ¿Qué buscas hoy en el charango que quizás no buscabas al comienzo?
A lo largo de los años, ha sido todo un proceso de aprender y reaprender las diferentes formas de ejecución en el charango, cuyas posibilidades son infinitas. No pierdo la capacidad de asombro al escuchar a los viejos maestros, a los que abrieron el camino y me sigo sorprendiendo con las nuevas apariciones de charanguistas no solamente en el Perú, sino en las diferentes partes del mundo, donde se sigue tocando este instrumento tan bello, tan vivo, con una sonoridad tan peculiar.
Lo que busco hoy en el charango (y desde que inicié) es tratar de desarrollar un camino propio. Inspirado en lo aprendido de diferentes maestros, realizo mis arreglos y composiciones, enfocado en la música tradicional del Perú, tratando de imprimirle un sello propio. En mi caso, hay una urgente necesidad de difundir (sin patrioterismos ni chauvinismos) lo que somos como expresión cultural desde mi país, tratando siempre de compartir lo que vamos aprendiendo de nuestro pueblo para devolverlo a través de canciones, clases, talleres, etc. Como mencionaba anteriormente, tenemos una gran riqueza para compartir, pero poco visibilizada desde la mirada del oficialismo. En ese intento, trato de abordar temáticas que no son muy usuales en el charango, como es adaptar música que normalmente se toca con arpa y violín, instrumentos “apropiados” casi clandestinamente por la población indígena, muy poco difundida a nivel oficial, pero que tiene muchísima belleza para compartirla al mundo.
Además de músico eres docente. ¿Qué intentas transmitir a los jóvenes que se acercan hoy al charango por primera vez?
Desde mi labor como docente, trato de acercar con cariño a los alumnos a un instrumento tan bello y con tanta tradición dentro de nuestra cultura peruana y latinoamericana. Es una experiencia muy linda cuando los alumnos se sorprenden con la variedad de técnicas desarrolladas en el charango, pues en muchos casos llegan con la visión que se trata de un instrumento acompañante y se dan cuenta de la variedad de técnicas, géneros y formas de tocarse el charango.
¿Te preocupa que algunas tradiciones musicales puedan perderse o folklorizarse demasiado en el mundo contemporáneo?
Creo que lo que más me preocupa es que la gente no se entere que existe tanta belleza en nuestras expresiones tradicionales y en el charango. Hay cosas contra lo que es difícil pelear, los cambios y los “aceleres” son inevitables, pero considero que somos un país (y un continente) con mucho que decir y compartir, pero que no nos han dejado hablar.
En los últimos años muchas músicas tradicionales entraron en plataformas digitales y circuitos globales. ¿Eso ayuda a preservar estas culturas o también puede descontextualizarlas?
Creo que lo que propone el sistema es que aprendamos a subirnos a la cresta de la ola, y aprendamos a nadar sobre la marcha. Los sistemas de producción musical han sufrido una metamorfosis muy acelerada: del acetato al cassette, luego al disco compacto, y ahora las plataformas digitales, donde si no tienes un buen aparato publicitario es difícil que tu música sea consumida. Es como una suerte de lucha desigual por el poco espacio a nivel de difusión que tienen las músicas tradicionales, sin embargo hay que seguir trabajando para difundirlas. Las condiciones y las reglas del juego han cambiado y creo que hay que adaptarse a ellas e intentar encontrarle la vuelta.
¿Qué significa para ti tocar charango hoy, después de tantos años de camino?
Siento el mismo placer de cuando empecé a tocar, sumándole una gran dosis de responsabilidad en el aprender para devolver. Es un amor que con el tiempo se ha ido incrementando; me siento comprometido con el charango y a través de él con las músicas tradicionales de mi país y de esta parte del continente. Desde hace un año, he inaugurado mi Casa Cultural Charango Cholo, donde imparto clases de Charango, y hacemos y promovemos conciertos tratando de acercar a la gente a diferentes manifestaciones culturales. El año pasado hemos presentado junto al músico Camilo Calderón, un libro de repertorio de música para Charango, pero desde la tradición peruana, que contiene estilos que en muchos casos se desconocen por la poca difusión que siempre han tenido.
Y finalmente: cuando piensas en el Perú a través de la música, ¿qué sonido sientes que lo representa más profundamente?
El Perú es un abanico multicolor de tradiciones y de historias en cada pueblo. He tenido la suerte de viajar y de estar cerca a gente vinculada a las expresiones tradicionales, maestros conocidos (y anónimos), que han consagrado su vida al desarrollo de la cultura y eso ha sido un privilegio para mí. En lo personal, pienso que el sonido del arpa y violín – característico de la población altoandina (que dicho sea de paso es las más marginada) – es fuente inspiradora de mi trabajo, ya que su autenticidad, sutileza y belleza empatiza con el charango. Pienso que estos instrumentos representan bien a la música andina. Por ello, he hecho muchas adaptaciones de esta hermosa música, probando así la versatilidad del charango.
Gracias.
Ricardo García Núñez (Perù,1962) è charanguista, docente e divulgatore della musica tradizionale peruviana. Dal 1986 si dedica allo studio e all’interpretazione del charango, sviluppando un percorso profondamente legato alle musiche popolari andine e alla diversità culturale del Perù.
È membro fondatore del gruppo peruviano Los Cholos, insieme a Jinre Guevara, Gomer Valverde e Vassili Goytisolo, formazione dedicata dal 1999 alla ricerca, all’interpretazione e alla diffusione dei diversi linguaggi musicali tradizionali del Paese. Con il gruppo ha pubblicato gli album Música y canto (2004), Kachaniraqmi (2008), Cerquita del corazón (2010), Canciones de cal y canto (2015), Charango cholo (2018) e Como agua del camino (2021).
Parallelamente svolge attività di insegnamento e divulgazione culturale legate al charango peruviano e fa parte della Casa Cultural Charango Cholo, uno spazio dedicato alla promozione delle musiche tradizionali andine e popolari del Perù.
Ricardo García Núñez (Perú, 1962) es charanguista, docente y difusor de la música tradicional peruana. Desde 1986 se dedica al estudio y la interpretación del charango, desarrollando una trayectoria profundamente vinculada a las músicas populares andinas y a la diversidad cultural del Perú.
Es integrante fundador del grupo peruano Los Cholos, junto a Jinre Guevara, Gomer Valverde y Vassili Goytisolo, conjunto dedicado desde el 1999 a la investigación, interpretación y difusión de los diversos lenguajes musicales tradicionales del país. Con el grupo ha publicado los discos Música y canto (2004), Kachaniraqmi (2008), Cerquita del corazón (2010), Canciones de cal y canto (2015), Charango cholo (2018) y Como agua del camino (2021).
Paralelamente desarrolla actividades de enseñanza y difusión cultural vinculadas al charango peruano y forma parte de la Casa Cultural Charango Cholo, espacio dedicado a la promoción de las músicas tradicionales andinas y populares del Perú.
https://www.facebook.com/loscholos.peru
https://soundcloud.com/user-456360829



















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