Note di lettura di Carlo Di Legge  a Stanze dentro, di Giuseppe Vetromile

Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS), 2025

 

                                                                                    “Crederci…

                                                                                   come quando ricordi di essere stato un fanciullo

                                                                                   ed ora lo sei ancora ma non è più vero” (51)

Il più recente libro di poesia Giuseppe Vetromile è diviso in 6 sezioni per circa 60 pagine di versi. “Stanza” è in primo luogo, la s’intende fisicamente, come “Questa casa al civico cinque” (61). Figura che ricorre fin dal titolo del libro è quella delle stanze, usata con artigiana consapevolezza. Difatti “stanza” viene inteso dall’autore in primo luogo nel senso esistenziale ma non solo (“Mi porto appresso le stanze una a una/…/e i miei occhi scrutano oltre i muri/…/ricordi incastrati nelle crepe/sul soffitto/…/trattengo tutto quel che ancora c’è/da mantenere” – 32), ed è una specie di correlativo oggettivo, come si capisce facilmente. Già l’avervi aggiunto “dentro” come avverbio che è quasi un aggettivo sposta poi il significato: le stanze di cui si parla, siamo avvertiti, non sono fuori, come ogni stanza “reale” in cui si possa camminare, cioè non solo fuori ma anche dentro. L’uso dell’avverbio “dentro” con senso aggettivale richiama al fatto che codeste stanze sono soprattutto interiori e quindi stanze dello spirito: allo stesso tempo sono stanze del vissuto, come leggiamo, vengono addirittura descritte in qualche dettaglio, stanze d’esistenza, di memoria, che s’aprono spazio nella interiorità, un po’ gli “interni” di cui parlano – con sostantivo-aggettivo – gli architetti, in uno dei numerosi sensi della parola, ma con un valore intimo vero e non quello che potrebb’essere suggerito – strizzando l’occhio al consumatore – dall’industria del mobile e dell’arredo.

Usato in tal modo, “stanza” incontra il suo senso poetico, cioè di tecnica della poesia, dove gli scrittori di versi danno al termine il senso di unità strutturale con qualche autonomia nel contesto più o meno complesso dell’intero testo poetico. Stanza, nel caso, è insieme una stanza spirituale, una stanza della memoria e del sentire e – in generale – una unità del testo poetico.

Lo svolgersi dell’argomentare è in genere asciutto come nella buona poesia, molto curato, nello stile un po’ oratorio di Vetromile che deve in generale allungare la linea per poter esprimere il proprio pensiero, piuttosto che comprimerla; ma anche in questo modo il lavoro di lima e di estrema attenzione alla parola viene ovviamente eseguito. Intendo che, in generale, l’impianto retorico del testo è curato (che è in ogni vera poesia, vale per tutti), è volto a sostenere l’argomento di chi scrive in modo che esso sia compreso e che pervenga nel modo più efficace a dire l’intenzione. Ma il linguaggio usato è molto semplice, accessibile, con appena qualche concessione alla terminologia geometrica, quasi a spazializzare l’intimità della poesia.

Robert Doisneau, Le velo de Tati

Nelle stanze, le porte. La figura delle porte ricorre dall’inizio, le porte sono l’accesso e l’uscita –, “la porta sta sempre lì/piantata bene sui cardini… rimane chiuso il mio debole grido”. La porta è ben ferma, il grido è sommesso, debole. Dunque la porta di questa stanza “delle mie cose e della mia ombra” (12), stanza della “mia” casa, e il testo finale recita “Questa casa al civico cinque/rimarrà omelia perenne/alla mia ombra peregrina” (66). La casa, la stanza contiene anche l’ombra che ognuno porta; ombra è per i vivi ma anche le figure dei ricordi, della madre, degli avi e di chi non c’è più. Essere dentro con la propria ombra può sembrare una prigione o una clausura volontaria, ma andar fuori, uscire, cosa potrebbe significare? Il grido dovrebb’ essere una protesta, pur flebile, rispetto allo star dentro; allora forse il grido: ma si legge anche “Temo l’apertura dell’uscio/…/che mi mostri la verità del nulla/fuori” (39, e titolo di una sezione); e “Non aprite il sole…/Non bisogna mai toccare la verità che sta fuori…State a casa/richiudete gli usci…”. In effetti il grido è debole, indeciso; si è qualcosa a mezzo tra le due opzioni, resta tutto indeciso, il gioco è tra l’una volta dentro e l’una volta usciti, una volta rischia d’essere l’una volta per tutte, quel che è dentro rischia l’affievolirsi fatale fino all’estinzione, ma una volta essendo usciti, una volta che si sia fuori, non resterà addirittura solo il dubbio, l’essere forse “mai esistita” (19), il “Forse non siamo mai stati” (44)? L’aggettivazione è essa stessa scarna, funzionale: perciò in “grido” non è davvero tale se è “debole”, perché indeciso ma anche perché forse inutile. La stanza contiene la prefigurazione della scomparsa, e l’ombra, che la stanza custodisce ma che è destinata a scomparire, è nella letteratura una figura classica del nessuno che in ognuno di noi si trova, quel nessuno che a lui si rivela essere egli stesso, il nulla del sé. “Farete spazio nella mia stanza (quando sarà, n.d.r.) … ma non vi accorgerete che/altre parole stanno rotolando per terra”. Come il sé, allo stesso modo le cose: la libreria sarà “tarlata”, le scansie sono “ammuffite”, i “vecchi libri polverosi”, tutte le cose vanno a decadere, il tempo stesso è “a sbiadire” come “l’impronta sul pavimento”.

Si snodano le figure d’assenza e di privazione alla luce d’una autentica ma tranquilla non tranquilla di-speranza. Un “tu” femminile (“mia cara”) accompagna, ed è perché poesia presuppone interlocutore, perché per dire v’è necessità di rivolgersi ad alcuno che ascolti e che incorre egli stesso nel nessuno, quindi infine sarà come a niente, per confessare l’angoscia, che essa stessa è di nulla, per un nonnulla, ma è anche del nulla ovvero per il timore dell’annientamento. Per definizione, l’angoscia non ha motivo, è nulla, ma è anche il nulla che ci turba.

Nella poesia di Vetromile da sempre a mio parere s’affaccia, dietro quella sua religiosità fatta anche di preghiera, quel senso in cui persino i panorami appaiono “genuflessi”, una nota di nichilismo ma un nihil che non è cosa da poco, mi sembra gigantesco, anche se non è l’unica cosa da notare. Se “si va a pregare anche stasera” (40), anche ci si smarrisce: “quanto più mi avvicino a Dio/più mi perdo…” (34) e questo si potrebbe intendere come paradosso del mistico. E forse è così, anche il mistico viene preso dal dubbio: se dio non fosse, allora cosa? Ma dio è davvero? Il dubbio insidia la certezza: “Forse in un altro dove/troverò consistenza di luce/un’approvazione di un Dio che/finalmente si riveli” (33).

Senonché, dapprima un po’ con ironia (ma a patto di prescindere dal contesto), come nota Lucilla Trapazzo in prefazione, “Mi viene bene questo filare di versi”, poi talvolta con maggior convinzione, si apre un varco alla luce la poesia, il “lampo di poesia” (44), il “lascia che ti scriva un’altra volta”, con le sue motivazioni. La speranza: “Lascerò un’impronta di me nel cuore di qualcuno” (20). E di nuovo entra l’interlocutrice, il “tu” che invita a cambiare l’aria chiusa delle stanze, a chiudere i ricordi in cassetto: “mi dici esci al sole/abbi/il coraggio di nuove avventure/il sole non è ancora stanco/…/Ed io/…/mi capitombolo a capofitto/nella vita rimanente” (41).

Attimi. Ciò che abbiamo è l’attimo, il “momento eterno” (33) ma nonostante ci si voglia credere resta il divario tra ciò in cui si crede e ciò che si vede, un fortissimo sentire della caducità dell’universo e della brevità della vita “tra l’ora del parto e quella dell’addio”, vanità delle vanità (ancora il Libro, dall’Ecclesiaste), imbevuto di inguaribile malinconia, di tristezza, di sapere quella inutilità della manìa di accumulare che investe anche il far versi “per ammansire il nostro vuoto” (49), e lo stesso istante prezioso è minato alla radice dalla sensazione di “vivere in contumacia” (34) e d’una vita diminuita, in quell’“opaco trascorrere” dove l’esistenza è sentita come relegata in “sottoscala” (15). In aggiunta, la speranza di “vivere nella casa dei tranquilli” sembra sovrastata dalla enormità del mondo: “le galassie deridono questa nostra piccolezza” (42). Come non accorgersi di questa dovizia di dettagli, se questa è la stessa poesia, un po’ la musa dell’autore, anche con punte di umorismo grottesco (“Già vedo irridermi la camicia e la cravatta/fanno giravolte oscene/all’ombra dei ricordi…”, 29).

 

Continuo a vedere la poesia di Vetromile come la combinazione di una continua sommessa invocazione, a cui non sembra vi sia risposta, con qualche intonazione somigliante a certe parti della Bibbia e con un senso della condizione umana che è di tutti i tempi; insieme, con qualche momento che invece potrebbe sembrare di speranza, e che non a torto, credo, egli affida alla poesia – “Mi ritroveranno in un luogo affollato di capoversi” (16), “mi ritroverete tra le righe” (64), “mia polvere resusciti in poesia” (30). Con i ricordi, come per chi o di ciò “che mai più esisterà/se non sul foglio d’un antico sognatore”, memorie “Per quelli che non tornano” (65); con i buoni sentimenti che resistono, come “una tenerezza infinita” (23), nonostante tutto, “il tempo d’un sorriso” (40) e il rincrescimento di aver mancato da sempre “un mattone d’amore che sia abitato/da tutti i contendenti” (58) e l’invito a “crescersi una poesia in seno (57).

Carlo Di Legge