Un canto al tempo che mi assolva
Nota di lettura di Luca Crastolla

Un canto al tempo che mi assolva (Les Flâneurs Edizioni, 2025), di Giorgia Mastropasqua, arriva come un sobrio e certosino gesto di composizione del frammento, un tentativo di accordarsi al respiro dell’universo. Tentare, e non il
riuscire, è quanto può – ma deve – l’essere umano. E i tentativi sono coronati d’imprevisti, mossi d’azzardi, sostanziati di bui e fasci di luce da attraversare. Il fallimento va messo in conto. Nel suo personale tentativo, l’autrice possiede un peculiare cono di luce alchemico con cui trasforma le cose della vita incontrate o urtate, e qui ci invita.
Qui dove “la grazia si farebbe sulla terra/con gli steli, con un crine, quel che c’è”, dice la poetessa e dicendolo, con fare filosofale, lo invera.
Riguardo al procedimento, assistiamo a una tensione che è insieme espansiva e contrattiva: il quotidiano esperire porta a estese campiture di meditazione, e queste restano composte in solfeggi dal gesto minimo ed elegante. Vi è anche il momento in cui emerge l’umana preghiera che chiede un “riposare come un segreto al tuo centro”.
In apertura, si scriveva del tentativo dell’autrice di accordarsi al respiro cosmico, ed è lei stessa a rivelarlo: “Nel paradiso poi/non evochiamo/un cosmo eterno/ma reversibile”.
Nell’attitudine della Mastropasqua si avverte l’attenzione a quell’avviso della Rosselli: “I fiori vengono in dono e poi si dilatano” (qui, anche l’affinità del movimento espansivo). La poesia della Mastropasqua, di fatto, si fa sorveglianza
di questo frangente calpestato da un tempo, il nostro, che ci distrae dai doni che possono cogliersi solo con un atto di sospensione. Il tempo attuale, ci avverte la poetessa con i suoi versi, impone la sospensione delle sue dinamiche allarmate e della invadenza cieca con cui si notifica attraverso i nostri strumenti di connessione (passibili di effetti nettamente contrari).
In tal senso, la raccolta apre eloquentemente con un moto ascensionale che ci porta fuori dalla orizzontalità degli accadimenti, pur invitando a non prendere alcuna residenza fuori da essi: “Ora che hai sciolto ogni vanità/votato il dorso alla sorte dorata/Ora che sai tendere e serrare/una presenza di garza leggera/C’è un’altra parete/In compagnia dei fiori di roccia/non si resta che una stagione.”
I versi esprimono già quanto incontreremo poi e che abbiamo già citato: è una poesia che segue l’esperienza dell’andare e del tornare; del cibarsi del raccolto che può fruttare solo in un movimento cardiaco fra le varie dimensioni e latitudini dell’esistenza. L’ultimo verso della composizione introduce un’urgenza che, tuttavia, non prevarica il sentimento di quiete reale o desiderato con cui la voce si dispone (la poesia è sempre biografica, perché è attraverso la singolarità dello sguardo che affiora; tuttavia può esserlo dell’essere o del voler essere)
L’esergo della poesia Reperti – vergato da Ioan Petru Culianu – insiste sul valore del movimento e del mutevole: “il presente cambia davvero di continuo, e non possiamo che dare la colpa alle mutevoli sabbie su cui poggia il nostro presente: l’infido e instabile passato”. Alle parole di Culianu la poetessa risponde nel corpo della poesia:
“abbiamo espugnato il passato (…) il presente cambiava/germinando il ricordo”

foto di Paolo Zanardi
Il movimento ascensionale, presente nell’intero arco della silloge, non solo è pareggiato da necessarie catabasi nel mondo, ma si accompagna a un movimento che tende verso l’interno, alla volta dell’essenziale, e i modi sobri
della tessitura poetica, quasi monacali, restano la bussola di un itinerario di elevazione dove, tuttavia, il corpo non è escluso, pur con i suoi confini o in virtù di essi. Leggiamo:
“a che scopo la vetta, il vigore pungente/se non tornare al mercato di Gallipoli/e
potersi litigare uno scheletro calcareo”
“poi un giorno ti sentirò ancora/anima, raccolta nei margini di questa pelle…”
“voglio misurare tutto/(…)/voglio visitare i vicoli/(…)/voglio respirare a fatica/la
polvere della mia citta/(…)/rispondere al sorriso dei mascheroni…”
“affinati i limiti del corpo/per stanchezza o danno/svanisco nella parola”
Affiora, in questa selezione di versi, che i nomi o i riferimenti di luoghi veri mediano il porsi fuori dal mondo. Se prendere le distanze dal mondo resta utile per cogliere ultronee visioni e connessioni, queste stesse mantengono rizomi nelle concrezioni della vita.
Gli ultimi tre versi citati, inoltre, ci informano che la Mastropasqua, nella ricerca di una composizione, non si fa abbindolare dal basso dettato della poesia consolatoria, piuttosto si configura come Il fabbricante di armonia di verriana memoria, consapevole parimenti che la ricerca dell’armonia è un processo dialettico, un attraversamento del molteplice, quindi del contraddittorio che ammette -senza scampo- lo smarrimento. Ma “se l’umanità interessa” scrive la poetessa, occorre esporsi ad “essere labile/povero riccio di vento/diffondersi spesso/svenire e mezz’aria”.
Del resto, nella poesia di Mastropasqua, tutto si svolge sulle soglie tra gli eventi, con la destrezza di una lingua che si rivela ballerina e sa tenersi sulle punte. Non sulle assi di un tranquillo parquet, perché il suo areale è le fune degli equilibristi.
Con questi condivide l’ossimoro della misura e della spregiudicatezza.

Si potrebbe, però, fare un’ulteriore allegoria di questa scrittura: afferisce sempre all’arte coreutica, quella che però si esprime su una superficie di ghiaccio muniti
di pattini. Lo facciamo per rendere conto degli slittamenti della visione e dei contenuti semantici; lo facciamo per avvertire che la poetessa va assecondata nei suoi movimenti e nelle sue evoluzioni. La Mastropasqua non è
esattamente una poetessa che scrive per il lettore. Intimamente immagina possibile e sperabile intercettarlo, ovvio.
Del resto, chi scrive per il lettore dovrebbe chiarirci a quale astrazione si riferisce. Chi è il lettore? Esiste il lettore?
Esistono i lettori. Il poeta che s’impegna in campagne elettorali per vendersi ai lettori disonora la poesia.
La poesia deve restare quel messaggio nella bottiglia lasciato in balìa del mare e affidato alla speranza che qualcuno possa trovarlo. Lo diceva il Poeta: lo diceva Celan.
Concludendo, considerando che rifiutiamo di credere che il poeta debba spendersi in campagne elettorali, giungiamo a sostenere che tra quel poeta e quel lettore è possibile un’unica possibile relazione e che questa debba cadere
nel dominio dell’affinità elettiva. Il resto è voto di scambio, e in Un canto al tempo che mi assolva non ne ravvisiamo il rischio.



















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