A tentoni nel buio di Paolo Polvani |Lo vidi seduto su una poltrona, la testa tra le mani (alcune domande a Carlo Di Legge a proposito del suo Buenos Aires, Benares, Delta 3 edizioni 2024)

Buenos Aires e Benares sono due città molto distanti, non solo geograficamente. Perché la scelta di questo titolo?
A mio avviso, la poesia nasce dall’esperienza e ritorna all’esperienza – so che è controvertibile, ma da dove, se no? – e ne può generare altra. La poesia credo sia sempre in relazione con quel che uno “è” o fa, come la scrittura, qualunque modalità della scrittura.
Nel caso del libro, ho quindi visitato entrambe le città, come si può intuire da qualche dettaglio – a volte molto generico, per me indicativo, si può scrivere cose significative con poveri particolari, con poco, con ciò che potrebbe apparire insignificante. È un titolo, un accostamento quasi di maniera, cioè in questo caso intenzionato a catturare l’attenzione tramite una connessione tra distanti e l’evidenza dell’assonanza, per dire cose che sono in tutto il pianeta, che pensiamo siano le costanti della vita e crediamo di chiamarle con gli stessi nomi, all’interno di una stessa lingua, beninteso. Ma è così? Su questo, provo a dire qualcosa in più dopo, nella terza risposta. Questo è quel che posso dire, la constatazione è che il titolo davvero ha suscitato curiosità in chi lo ha visto, qualcuno oltre te me ne ha domandato. Ma ognuno può trarre, ovviamente, suggestioni – quelle, anzi, che vengono.
Il tango argentino (al quale hai peraltro dedicato un bellissimo libro) e la ricerca spirituale rappresentano capisaldi importanti nella tua vita. C’è qualcosa che li accomuna?
Grazie. Vedo affinità perfino ovvie tra la musica e la parola poetica, ma senza scendere nel dettaglio su quello, credo di aver cominciato il tango come comincerei ad apprendere qualsiasi altra danza, o anche lo studio della musica o del canto: ne avevo necessità in un momento della vita. Ora mi avvedo che, con gli anni, i miei interessi nell’apprendimento e quindi anche nella ricerca di qualunque tipo sono precisati. La “conoscenza” è prima. Credo che possiamo sempre scoprire aspetti che cambino il nostro “veder cose”, avrebbe detto Heaney, e stupirci, ma al momento mi sembra piuttosto attendibile pensare che non vi sia reale distinzione tra corporeo e incorporeo, perché “niente corpo niente mente”, secondo una certa impostazione che condivido (ma, certo, ci sono differenze nelle modalità degli apprendimenti). Poi l’altro e connesso aspetto, potrei dirlo “di relazione”, nel senso che infine una conoscenza che debba valere per me soltanto non mi può interessare, non va al di là della mia persona così limitata, ma cerco di associarmi in qualche modo ad altri con cui possa condividere – non solo le mie “cose” ma anche le loro, le nostre, in quanto affini; altri che siano quindi prossimi o almeno interessati. In tal senso mi sembra che “la poesia è la città”, nel senso che poesia, come il tango argentino, la danza, è relazione.
Mi sembra che questo potrebbe rispondere alla domanda.
Il tuo libro è trilingue, italiano inglese spagnolo, e anzi di alcune poesie viene proposta anche la versione cinese, lingua che da qualche tempo stai studiando. Cosa ti affascina dello studio delle lingue?
Quanto al libro, non credo che proverò ancora a costruire un libro così, ma l’esperienza della traduzione mi sembra importante, questo resta, come pure il poter leggere e scrivere in altre lingue, il parlare.
Ho pensato che era inutile e troppo ambizioso cercare di far tradurre miei versi e libri da amici e amici di amici, perché non si può essere certi che i versi siano letti in altra lingua. Quale senso avrebbe? Ognuno risponda come vuole, non condivido, a meno che non cambi parere, e si è liberi, per me ho avuto occasione di far tradurre ma ho lasciato cadere. Così invece, traducendo da me stesso i versi di un mio libro, sapevo in partenza che lo sforzo riguardava prima l’aspetto di conoscenza e solo in secondo luogo quello di relazione: chi non vuole o non sa farlo in altre lingue qui presenti può leggere solo in italiano.
Era importante sperimentare il tra-durre in altre lingue, le due più sentite, pur nella loro differenza, a me prossime più di altre, per qualche motivo del mio vissuto, per aumentare consapevolezza della diversità e delle somiglianze, se vi sono. Credo di aver guadagnato qui qualche punticino, era una questione che ho voluto affrontare prima da solo e poi verificare le cose fatte con amiche molto più competenti, che sono state disponibili a rivedere tutto.
Quanto alle lingue, invece, qui mi inviti all’immenso. La mia competenza è ben poco rispetto a uno specialista, o anche a un colto madrelingua, ma questo mi è riuscito di fare.
Sì, è attraente il pensiero dell’esistenza delle lingue, così diverse, e della loro origine, e della loro ratio.
Credo di poter dire ben poco sui motivi del fascino, come domandi: di questo si tratta, infatti, di fascino.
Comunque qualcosa posso cercare di dirlo.
Spero non sia ovvio, ma non scriviamo perché abbiamo le mani, e così non parliamo perché abbiamo i cosiddetti organi fonatori: anche molti animali “hanno” questi organi, ma li usano per respirare o per introdurre il cibo o tutt’al più emettono richiami e suoni che hanno poco in comune con le lingue degli uomini.
Anche in assenza di organi fonatori, gli animali provvedono alla necessità di comunicare. La base della lingua è questa, e ho sempre presente che le nostre modalità d’uso possono essere assai più raffinate. Ma perché dimenticare che al fondamento della lingua c’è la comunicazione? Dunque la relazione, e quindi la società. Questo è il terreno ontologico delle lingue, direi. Sembra poco, lo so. Ma sembra anche vero, e non va considerato con un certo snobismo come sembra fare qualcuno, nemmeno in arte e poesia: solo che qui il messaggio è più elaborato, è un raffinato sentire la lingua, che, al limite di una specie di spettro immaginario delle modalità d’uso, può consistere anche nel coltivare la sola forma della lingua (è il caso delle cosiddette avanguardie, di cui oggi abbiamo buona compagnia, con epigoni assai attrezzati e combattivi: quel che si trasmette, in modo anche un po’ provocatorio, è forma della lingua senza contenuto, oppure l’assurdo, ma si potrebbe dire che in questo caso il contenuto, il messaggio, è la forma stessa. In questo senso si potrebbe ripetere che il medium è il messaggio).
Se pensiamo alla semantica, non corrisponde, ogni lingua, in molti suoi luoghi, a prospettive diverse del vedere le cose?
Nelle lingue diverse, credendo di parlare della stessa cosa, diciamo la stessa cosa? Ciò potrebbe darsi (nemmeno è certo) nell’ambito di una lingua, cioè da uno stesso punto di vista; avviene forse nei linguaggi standard delle scienze, se non vi siano divergenze di tesi scientifiche sulla “cosa” di cui si tratta (“cosa è” il dolore per la scienza, per il suo linguaggio? E l’amore? E così via…). Ma se consideriamo la questione in lingue diverse, cosa per esempio vorrà dire l’equivalente, in cinese o hindi, o altra, di quel che noi diciamo “amore” o “amour” o “amor” nelle lingue sorelle? Anche per questa direzione la discussione diventa infinita, non posso proseguirla qui.
Se consideriamo lingue molto lontane, le “stesse” cose possono sorprenderci e cambiare. Bisognerebbe forse guardare all’origine di certi morfemi, delle parole: “amore” in cinese (semplificato) è “ài” (cioè suona così) ma si scrive “爱”; attraverso quali passaggi l’immagine acustica “ài” si fa corrispondere a quella scritta (ma forse qui chiedo troppo), e “che cosa” si vuol esprimere di preciso? Mi sto facendo qualche idea, ogni parola richiederebbe discussione e studio, compito senza termine, filologia sta con fenomenologia delle lingue e certamente non sono un filologo. La parola in questione viene usata come un equivalente di altre lingue ma è lo stesso? Potrei azzardare che, se in fenomeno (sempre mediato dalla lingua che uno parla, in cui quindi pensa) le cose potrebbero apparire simili tra culture remote, le lingue possono offrire sempre sorprese dal punto di vista del parlante, di ciò che egli intende.
E la lingua così com’è è nata, come si dice, per consenso dei parlanti (invalso in quel laboratorio della strada, che è l’uso) o per operazioni di studiosi a tavolino? Entrambe, direi. Quel che ha mosso le operazioni è stata la pura necessità, come una specie di pulsione: come tendiamo a nutrirci così tendiamo a comunicare, mi sembra congettura verosimile. A questo proposito si veda il ruolo che, a detta delle storie delle lingue, viene svolto dalla poesia all’origine. Questioni più vicine a noi, quella del ruolo dei poeti di età augustea e precedenti nel passaggio a un latino ripulito, sulla scorta del greco (a Roma i ceti alti parlavano greco, che bisogno c’era di inventare un latino illustre?); oppure il ruolo dei poeti nella elaborazione di un volgare illustre, poi lingua italiana.
Vale per la semantica, vale per la sintassi.
Ma la poesia? Essa è cresciuta in modi anche dissimili dal canone. Basti vedere le ardite analogie dei poeti. Qui in poesia il pensiero si articola in diversi modi. In poesia “leggere” vuol dire intendere la singolarità di un altro mondo, e, quando va bene, aumentare così il proprio orizzonte. In questo senso la grande poesia è suscettibile d’essere intesa da tutti. È traducibile? C’è un limite oltre il quale non si va. La si può intendere, forse: a patto d’essere disponibili. Cose che sono state dette, a me sembra solo di condividerle.
Anche così non restiamo nell’ambito del comunicare, cioè della relazione?
Si fanno anche le guerre dichiarando guerra ma i fatti attestano che non ce n’è bisogno. Gli stati a volte dichiarano guerra, a volte nemmeno. Basta armarsi, scegliere un nemico, eccetera. Invece le “paci”? ci sono tanti tipi di pace, credo che le lingue e il linguaggio vi abbiano a che fare.
Come l’acqua, questa discussione trova strade ovunque. Ho cercato di controllare ciò che scrivevo, mi sfuggiva di mano. Non è “affascinante”?

foto di Paolo Zanardi
Hai trascorso i primi anni della tua vita a Trani. L’ho riconosciuta, nella poesia dedicata a tuo padre, dai “lastroni di pietra bianca”. Che ricordi conservi di quegli anni?
Sì, a volte ne scrivo, come nel caso di alcuni versi del libro. Credo che quelle pietre che lastricavano il corso Vittorio Emanuele siano rimaste così, per fortuna. Il ricordo è “magico” come di un tempo che resta sospeso: finché noi ci siamo, in noi resta il ricordo di ciò che è stato, è l’“una volta, per sempre” dei poeti, è di tutti. “Una volta, per sempre” per me è diventato anche “una volta e mai più”, qualcosa di “privato” e forse un po’ “geloso” (non “pudico” come qualcuno dice), nel senso che la relazione a quelle persone, bruscamente interrotta a quattordici anni, per qualche motivo (più d’un motivo, credo) non sono più riuscito a riprenderla, sebbene anche altri abbia provato.
Non si può ricordare tutto, come Funes, il personaggio di Borges. Ma conservo di tutto, anche certi dettagli, mi pare, “fissati”, tanto che a volte i miei fratelli se ne stupiscono. Una enumerazione è impossibile ma ogni tanto viene in primo piano, emerge qualcosa.
In questo momento mi “viene” quando con i fratelli ascoltavamo in sala da pranzo al monumentale mobile-radio, le sere, certe trasmissioni di fantascienza, prima di cena. Il televisore non c’era ancora, da noi arrivò a fine anni cinquanta (mio padre ne vendeva).
La scuola elementare con la terribile maestra, avuta per quattro anni su cinque…
Un tuo verso recita: “Dio salvi la terra dal martire armato, non solo della fede”. Suggerisce che dalla storia l’uomo non riesce a imparare niente?
Nella sezione di libro dedicata alla storia mi pare di avere scritto “la storia è un disastro che si ripete”. Anche qui non invento, è nota l’interpretazione che offre Walter Benjamin dell’angelo di Klee. Più che il male, o il male metafisico, che Kant scrisse di non riuscire a spiegare come tale, mi sembra di vedere una specie di pulsione umana alla guerra, per cui siamo costretti a farla di continuo come siamo necessitati a mangiare.
Tuttavia possiamo pensarci su, e credo che per fortuna noi uomini siamo diversi tra di noi, anche rispetto a questo. Possiamo anche mangiare meno o nutrirci diversamente; così credo che la pulsione a competere si possa indirizzare su certi sport. Non so se sia proprio lo stesso anzi no, non lo è, ma se si potessero accostare le cose, per esempio nel rugby o nel calcio di oggi, per non dire delle specialità di arti marziali e lotta, l’aggressività e il coraggio “fisico” sono molto importanti. Se non hai coraggio non ti fanno nemmeno entrare in campo.
Possiamo imparare: nel Novecento abbiamo tirato fuori, invece e oltre che le consuete alleanze guerrafondaie che sono in giro anche adesso, prima la Società delle Nazioni e poi l’O.N.U. Niente di simile c’era stato nella storia, mi pare, fin qui. Ma siamo ancora ben lontani dal dare un effettivo contenuto decisionale a questi organismi, che non sia dettato dalle potenze maggiori. E quanto all’Unione Europea, sembrano essere tempi grami. I segni di “progresso” sono di continuo contraddetti.
Come direbbe Kant, per credere nella possibilità di una pace perpetua serve che, nella storia, vi siano fatti che depongano a favore. Lui cita l’entusiasmo disinteressato, ai suoi tempi, dei rivoluzionari in Francia.
Sebbene anche tra i poeti maggiori sorgano astio e ostilità, la poesia, fondata sulla parola, per la sua stessa natura costruisce ponti tra i popoli come contribuisce alla nascita delle lingue condivise. Possiamo dimenticarcene ma è così. La poesia è la lingua stessa, la città degli uomini in cui vivere in pace.
Abbiamo in noi stessi, insieme a pulsioni autodistruttive, anche il seme della pace. Senza per questo voler parlare di Bene e di Male, senza tacere che la questione è molto più complessa del numero due, anche perché pace e guerra sono certamente in molte relazioni, mi pare che Agostino di Ippona abbia detto in modo giusto: è “come” due città.

foto di Paolo Zanardi
Se ben ricordo
Non conosco bene la storia di mio padre;
ebbe sessant’anni per fare cose, non forse tutto ciò che sognava.
Ho una data sul suo certificato di battesimo,
conservo le sue foto da giovane, da solo o in gruppi di soldati, dietro ognuna scrisse
con grafia accurata e inconfondibile
i nomi dell’Adriatico. La foto del matrimonio,
la mamma e lui in abito nuziale, ai giardini.
E ricordo quattordici anni insieme. Aveva capelli folti e bianchi,
sorrideva solo in fotografia con noi, a me sembrava un uomo severo,
non parlava molto.
Riparava e vendeva radio.
Andava e veniva, mattina e sera, a volte mi portava in bici con lui,
una scomodità indicibile, sferragliando sui lastroni di pietra bianca
e grigia della strada. Non importava, a me piaceva il vento della corsa.
Ci rubarono la bicicletta due volte, giù nel portone.
La casa era grande, al secondo piano, su un lato della piazza alberata,
dal balcone vedevamo il mare a sinistra,
nei giorni di chiaro spuntavano le montagne dell’Est,
a destra in fondo la stazione ferroviaria e le colline basse, lontane come miraggi.
Dormivamo con i genitori nella stanza da letto divisa dal paravento,
era anche la stanza dei giochi. Spesso stentavo a dormire.
(L’insegna al neon del bar sulla strada
mandava riflessi verdi da fiaba malefica sulle pareti, mi spaventavano.
Il salotto era proibito,
Pranzo e cena sempre insieme, in sei con la nonna, un rito intorno al grande tavolo,
negli ultimi tempi facevo spesso tardi per giocare con i compagni,
al rientro erano tutti seduti a tavola, in silenzio.
Divani di velluto e pianoforte sono andati perduti. La libreria
era sempre chiusa a chiave.
La domenica mattina si andava in villa comunale, anche di questo
abbiamo le foto, e ricordo
le aiuole di pietrisco colorato e fiori, le tempeste e l’odore del mare.
Un agosto, eravamo
con la mamma in campagna, c’erano tanti bambini,
nelle ore calde un chiasso di cicale (nei momenti di canicola
tacevano tutte insieme, d’improvviso), all’imbrunire i grilli, oppure
la notte battiti d’ali, le civette,
paura non so perché.
Un pomeriggio allo stagno delle libellule, mio padre appena arrivato
si mise a giocare con noi.
Un’altra volta visitammo una nave, lui e io,
cullata dall’acqua verde e torbida dell’antico porto. Il capitano era un cliente,
la nave mi entusiasmò, lui mi disse di restare, con un’aria molto seria.
Mio padre mi fece curare per l’asma, mi accompagnava dal medico
vicino alla cattedrale
per tutta la durata del ciclo.
Alla recita di fine anno, dalle suore, dal palcoscenico lo vidi
negli ultimi minuti, in fondo alla sala, era venuto per sentirmi cantare. Mia madre
ne fu fiera ma lui non disse niente.
Marinai la scuola, lui venne a cercarmi e mi ci riportò,
la maestra non scherzava.
Non eravamo amici, così mi sembrava:
perse la calma con me una volta, la mamma s’interpose.
Un altro giorno, lo vidi seduto su una poltrona, la testa tra le mani,
la vita non era facile. Quando terminai le medie decidemmo
(insieme che proseguissi lo studio.
Ci trasferimmo. Eravamo in città da pochi mesi,
gli dissi che alle superiori andava tutto bene.
Lui si ricoverò; in ospedale, una sera, mi fece una carezza,
(e domandò se fossi stanco.
Non ebbe tempo di leggere la mia prima pagella, lo
riportarono a casa.
Era fine d’anno, quel pomeriggio
andammo con mio fratello a giocare. Quando tornammo,
lo stavano rivestendo.
Del funerale non ho ricordi.
Mia madre diceva di averlo amato sempre e non volle un altro.
Molto tempo dopo, lo esumarono.
Portarono su brandelli di vestiti, poi quel che restava di lui,
ma mio padre per me resta molto di più,
è un mondo perduto.
Scrittura e memoria siano traccia del suo passaggio,
di ciò che nella danza delle cose non può tornare.
Maggio 2019
° ° ° ° °
Torno di tardo pomeriggio
Torno di tardo pomeriggio,
trovo di fronte la montagna
nel sole di luglio.
Non solo un gioco d’occhio, cervello
e oscillazioni dell’aria:
stabilità, leggerezza, ciò che è duraturo, fermo,
ciò che è volatile e muta,
si congiungono
per l’ennesima effimera meraviglia.
E poi:
boschi in salita sotto il cielo: più in là,
di fronte, un anno fa, adesso.
Eppure, le cose possono muoversi in una
girandola di sensi: la storia,
la conquista bizantina, che, mi sembra di capire,
fu proprio lassù, un po’ verso destra,
la battaglia, il resistere fino alla morte,
i corpi oltraggiati.
Non c’è dubbio,
l’ovvio è del tutto assurdo.
Perché non sembri troppo lontano,
torno indietro di qualche decennio,
tu e io eravamo giovani e salivamo
sul pendio, era una fine d’estate.
Rivedo il tuo viso,
e la montagna che dorme nel pomeriggio
è adesso il corpo sensuale e vellutato,
chiaroscuri e sfumature di una donna verde.
7 luglio 2018
° ° ° ° °
La conoscenza, se di questo si tratta
Molto tempo fa a notte fonda mi svegliai, il cuore a mille, tu eri d’improvviso
con me in sogno per abbracciarmi. Ti dissi che non potevo, perché eri morta.
Come se in un attimo, dormendo, si desse di non più svegliarmi: perché restare
con te voleva dire questo, andare insieme lontano da questa luce di esistere.
Oggi il tempo di nuovo s’è fermato e so che è anche l’opposto,
sei viva finché lo sono io.
Perché tu sei l’origine di qualunque amore, ben oltre
la distanza, sei la radice che lega al giardino, anche se necessità vuole
che non possiamo più incontrarci.
A quel tempo, essere in vita era separarmi, essere solo, non ero pronto.
Oggi manchi mentre io ci sono, ma resti anche in me.
La notte oggi mi rende consapevole e mi sorprende. È così
per ognuno di noi: tutti veniamo diminuiti, e diciamo che la vita continua.
Ottobre 2023

Carlo Di Legge è nato a Salerno. Ha pubblicato saggi di filosofia (2000, 2003, 2007, due nel 2014). La rivista Secondo tempo (Marcus Edizioni, Napoli) pubblica suoi scritti brevi di filosofia; altri, con poesie, sono al suo sito www.carlodilegge.it. Di poesia, ha pubblicato la plaquette Momenti d’amore (Angri, 2002) e i libri Il candore e il vento (Napoli, 2008) e Multiverso (Alessandria, 2018). On web, la maggior parte delle poesie fino al 2018 sono sul sito www.orientexpress.na.it; diverse poesie e recensioni sono state pubblicate, su antologie, siti e riviste italiani e internazionali, anche online, come Atelier, Levania, Frequenze poetiche, Poetarum silva, Versante ripido, Forma Fluens International Literary Magazine e altri. Sull’esperienza del tango ha pubblicato il libro Sentire il tango argentino (Napoli, 2011).




















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