Osservatorio Poetico di Sonia Caporossi | Filippo Parodi

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Luce in nuce

Di giorno in giorno
che gli alberi
si fanno più importanti
e meno imprescindibile
la presenza di altri umani
mi apro
a una chiusura
embrionale, definitiva.
Garantisce, la Fata del Feto
un’amniotica amnesia.

*

Da un po’ non mi soffermo sull’idea di separarci

Perché ancora hai il potere di infilzarmi a meraviglia
con lo struggicuore della tua sprovvedutezza.
O per via delle manovre storpie, deliziose
che esegui la mattina rincalzando il copriletto.
Mi allarghi di stringimenti, mi ecciti di compassione
quella sera, a Boccadasse, che per sederti sul muricciolo
lasciavi che ti aiutassi affidandomi una mano.
Nell’altra, ondulante, la coppetta di gelato.

*

A un passo dalla gratitudine

Ho smesso, nella preghiera, di subissarti di richieste
cose del tipo potessi ricevere una risposta dall’editore
oppure che sia prostatite batterica, non cronica, per favore!
Già, ho perso interesse a tirare acqua al mio mulino
è più che sufficiente quella che faccio da tutte le parti.
Ma mi piace, così mezzo allagato, presentarmi al tuo cospetto
il klang della monetina, tornare ad accenderti un cero
soltanto che non lo investo di un concetto o un’esclusiva
non lo offro a un parente o alla memoria di John Lennon.
Mi limito ad aggrapparmi alla mammella della fiammella.
Fantastico su sconfinatezze di un amore analfabeta.

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttora vive, con una tesi sul verosimile e il meraviglioso nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).

Come traspare dalle poesie che qui offriamo in lettura, tratte dall’ultima silloge Non ho incontrato un pettine (Polimnia Digital Editions, 2026), La scrittura di Filippo Parodi si colloca in una zona di intimità vulnerabile, dove il quotidiano diventa un laboratorio emotivo fondato su una sorta di analitica del gesto minimo. La sua voce lavora su un registro di tenerezza ostesa, che però risulta continuamente attraversata da un’ironia sottile che si assume lo scopo di stratificare i significati dietro ai gesti, il senso dietro i paradossi della realtà. L’io poetico in questi testi oscilla, pertanto, tra l’istinto regressivo e l’attitudine all’accudimento, tra il desiderio di un ritorno embrionale e la goffaggine amorosa dell’età adulta, come se ogni scena fosse un piccolo teatro dell’imperfezione condivisa. In questo spazio, il corpo dell’altro diventa un dispositivo disvelativo della verità retrostante ai gesti, ovvero un luogo in cui la fragilità si fa erotica e la compassione si trasforma in eccitazione, senza mai scadere nel sentimentalismo. La lingua, apparentemente piana, è in realtà calibrata su micro‑scarti semantici che aprono fenditure emotive e producono un effetto di continua ma sempre controllata dislocazione. L’irruzione dissacrante del sacro nell’ultimo testo qui proposto introduce una dimensione ulteriore: non la richiesta di salvezza nella preghiera, ma una resa luminosa, un affidarsi senza scopo (sembra quasi la finalità formale senza scopo di Immanuel Kant, quella condizione in base alla quale giudichiamo bello un quid quando questo appare come se fosse fatto apposta per il nostro modo di conoscere, pur non servendo a nulla e non avendo alcun fine determinato…). Ne risulta una poesia che attraversa l’effetto con una lucidità quasi clinica, trasformando la vulnerabilità in un luogo di conoscenza non logica o concettuale, ma estetica, fondandosi sulla stimolazione di una risposta sentimentale (“l’amore” è infatti “analfabeta” in quanto senza concetto). Ecco perché la sua voce ci sembra lavorare su un registro di dolcezza disarmata, continuamente attraversata da quell’ironia lieve di cui si diceva, che non ha affatto lo scopo di alleggerire il dettato del contenuto situazionale, ma di complicarlo, rendendolo universalmente soggettivo, ovvero condiviso da un senso comune.