Interferenze di Giorgia Monti | Silvia Tiso – Lo sguardo che risuona

 

Amica di lunga data di Serena Piccoli (mia socia, collega e sorella d’adozione), incontro per la prima volta Silvia Tiso attraverso le sue fotografie.
Con alcuni dei suoi scatti Serena ed io abbiamo inaugurato e allestito la nostra prima performance insieme “Versi Diversi per Parole Sorelle” (Padova, Forlì, Repubblica di San Marino).
Sempre dalle foto di Silvia abbiamo in seguito selezionato le immagini simbolo per i nostri due spettacoli (di cui il primo è anche antologia) contro la violenza sulle donne: OR-DITE! e SCIAME che raccolgono i contributi di autori e autrici nazionali e internazionali.
Le foto di Tiso sono di quelle che ti imprimono: sei tu la pellicola che lo scatto impressiona, lo capisci dall’urto.
Una sensazione che muove subito alla ricerca, all’indagine sull’io e sul mondo in un rimando di chiaroscuri continuo e la domanda sempre aperta.
Qual è il luogo, quale il tempo?
Chi guarda cosa?
Quale il confine? Ne esiste uno e se sì, uno soltanto?
Di quale respiro siamo la casa?
Come Silvia stessa dice, la fotografia è per lei possibile racconto del mondo interiore, racconto il cui punto di partenza è il fuori che ne dà risonanza.
E’ così dunque che diamo avvio alla nostra narrazione.

 

Silvia tu dichiari di prediligere il bianco e nero “perché astrae e porta in una dimensione intima e sognante” eppure i tuoi scatti sono permeati di stringente senso di realtà, a mio avviso caratterizzata dall’elemento assenza. Una realtà che nel grandangolo della tua visione viene a prenderci inesorabilmente per mano. Quanto è azzeccata la mia lettura?

E’ curiosa questa tua percezione. Assenza sì, se intesa come assenza di presenza umana, spesso mi piace fuggire dal contatto diretto con le persone. Nei primi anni di fotografia ho fatto un po’ di esperienza di Street Photography successiva al mio percorso formativo. Mi sentivo un’osservatrice invadente, una sorta di spia, una dimensione che non mi è piaciuta. Altra cosa se il mio ruolo è dichiarato, anche se non mi relaziono direttamente con le persone. Quando un paesaggio, un oggetto, una situazione mi stimolano a scattare c’è sempre un richiamo personale, intimo, ma non ho mai consapevolmente cercato l’assenza. Quello che, invece, mi viene più spontaneo è trovare situazioni in cui c’è il silenzio come presenza che è anche la condizione che mi fa meglio sentire la spinta creativa, la volontà di andare in profondità e m’impone di chiedermi cos’è che mi interessa, che più colpisce il mio sguardo e allo stesso tempo più risuona dentro di me. Questo mi succede in particolare con i paesaggi. Riguardando le mie fotografie mi rendo conto che sono interessata da scene che hanno un significato simbolico nell’imaginario collettivo, o quantomeno nel mio, ma non sento il bisogno di includere necessariamente presenze umane nella composizione.

Il grandangolo è uno strumento che effettivamente mi piace e che uso.

Una cosa che mi colpisce molto e che mi pare contraddistingua alcuni tuoi lavori è quella che mi sono permessa di definire come “poetica della rovina”. Macerie, orme, ombre che sembrano cronache di un fallimento, di vite irrisolte, incompiute. Sei d’accordo con questa mia interpretazione?

Se ti riferisci alla serie “Attimi sospesi” effettivamente l’ho realizzata durante un periodo particolare della mia vita e quel luogo (Achill Island) mi ha dato molte suggestioni. Era un anno di svolta, stavo per lasciare un lavoro fisso dopo 9 anni alla Fondazione Robert Hollman di Padova come educatrice di bambini ciechi e ipovedenti, sentivo la necessità di un cambiamento. Non so dirti se in me c’era anche un senso di fallimento ma sicuramente c‘era l’idea del lasciare per aprirsi all’incognita, al nuovo, a altre possibilità. I grandi spazi, le distese, il legame fra terra e cielo che ho fotografato non erano per me elementi di tristezza o di oppressione, al contrario, esprimevano ed esprimono un senso di possibilità e ampiezza. Alle immagini di “Attimi sospesi” ho anche accostato i versi di Marta Telatin, amica poetessa. Parole che richiamavano ciò che volevo esprimere attraverso le mie fotografie e in cui le macerie e i ruderi che appaiono rappresentano le tracce di un prima ma hanno valenza positiva: si lascia il passato per aprirsi al presente.

Silvia Tiso – “Attimi sospesi”
…”solo orme
nei frammenti d’infinito”…
versi di Marta Telatin

Faccio un passo indietro per riprendere un concetto che hai in parte anticipato nella tua prima risposta. Nelle tue foto l’essere umano sembra essere elemento marginale al punto che, paradossalmente, la privazione ne rivendica la presenza. Che umanità o mancanza di umanità coglie il tuo sguardo?

E’ curioso vedere come le immagini che ho realizzato in cui la presenza umana c’è non siano così percettibili, mi ci stai facendo riflettere…

Effettivamente mi rendo conto che alcuni lavori non hanno avuto molta visibilità o, meglio, non in rete, che è ormai la fonte di diffusione più utilizzata. In realtà proprio quando collaboravo con il centro Hollman mi sono state chieste delle fotografie, successivamente montate in una multivisione, che raccontassero l’attività della Fondazione (nello specifico per un convegno e poi per altre situazioni istituzionali). Il soggetto di quel lavoro sono stati proprio i bambini che frequentavano il centro e le colleghe. Si è trattato di raccontare qualcosa che conoscevo molto bene e lì di umanità ce n’è tanta, ci sono la presenza, l’affetto, la vita.

Lo stesso approccio l’ho avuto col progetto “Dove i bambini stanno bene?” di cui ad ora ho fatto girare solo la mostra, senza pubblicazioni online. L’idea di questa serie è nata dal mio desiderio di raccontare il progetto di cinque famiglie che conoscevo e che hanno deciso di andare a vivere in una casa di campagna creando una situazione di cohousing. La conoscenza è, appunto, la molla che fa scattare in me la voglia di raccontare e, solitamente, raccontare qualcosa di bello, nello specifico il coraggio di intraprendere un percorso di vita alternativo. Come spesso mi accade quando mi calo dentro a un progetto, non ho seguito uno schema. E’ stata un’esperienza di tipo residenziale, perciò ho seguito le situazioni che accadevano spontaneamente nella quotidianità. I bambini alla fine sono stati i soggetti più trainanti per presenza e vitalità. Dal racconto per immagini che ne ho fatto emerge proprio il benessere di questi bambini che crescono fuori dalla città e i suoi spazi limitati, giocando nei campi e sperimentando la socialità rapportandosi fra loro pur avendo età diverse.

Per tornare alla tua domanda quindi, molto più di quando sono per strada e colgo solo situazioni estemporanee, sento forte la necessità della narrazione quando c’è presenza umana con cui mi metto in relazione. E’ il desiderio di mostrare una realtà che produce un’eco col mio sentire che mi spinge a iniziare un nuovo lavoro.

Silvia Tiso
“Dove i bambini stanno bene?”

Nel tuo racconto di due metropoli quali New York e Londra pochi sono i riferimenti monumentali e architettonici, mentre sembra siano proprio i tipi umani a caratterizzare le città. E’ così?

In queste due serie è molto evidente l’imprinting del percorso formativo che avevo giusto giusto terminato. Nella Street Photography, infatti, protagoniste sono le persone, quello che succede in strada, le situazioni che si creano. L’estemporaneità insegna anche a giocare con la composizione, con l’estetica del momento.

A New York trascorsi una decina di giorni di vacanza, ma non mi ha colpita tanto quanto mi ero immaginata.

A Londra invece, prima di fotografarla nel 2007, ci avevo vissuto per un anno e mezzo (all’età di 25 anni) facendo volontariato, poi tirocinio e lavoro in una casa per disabili adulti. A quell’età e in quel particolare periodo storico per me fu una rivelazione, soprattutto venendo da Padova, una città dalle vedute molto ristrette e poco fermento culturale. L’ho vissuta e amata tantissimo, l’area di South Bank lungo il Tamigi il mio luogo d’elezione, quello dove succedevano tantissime cose. Londra è persone, l’incarnazione della metropoli, il brulicare della vita e del tran tran quotidiano. Se ci tornassi ora chissà… magari andrei alla ricerca di luoghi più intimi e appartati.

Silvia Tiso
“London 2007”

Nelle tue serie ci sono in particolare due soggetti/oggetti ricorrenti: l’acqua e le sculture, queste ultime in particolare raffiguranti forme umane e parti anatomiche. Cosa di questi elementi ti affascina tanto?

Be’, l’acqua perché è un elemento vitale, ma anche perché mi dà la possibilità di giocare con i riflessi. E’ una bella scoperta sapere che anche una semplice pozzanghera può diventare interessante a livello di immaginazione.

Le sculture sono venute per caso, avevo deciso di fare un lavoro su vari artisti di Padova che per una serie di motivi ho poi ricalibrato concentrandomi sulla scultura e sulle fasi dell’atto creativo perché a livello di immagini uscivano le cose più interessanti. Alla fine ho sviluppato il progetto facendo un parallelo fra la creatività di uno scultore (Ettore Greco) e un parrucchiere perché ho osservato che c’erano dinamiche molto vicine, in particolare nell’uso delle mani.

La scultura mi piace e mi stimola per la sua tridimensionalità e per i giochi di ombre e volumi che permette. Amo fotografare l’arte fisica che trovi nei luoghi e le sculture nei parchi o nelle città spuntano anche nei posti più improbabili, mi incuriosisce la dinamica dell’opera proprio in rapporto al luogo in cui è inserita.

Silvia Tiso
“Dalle mani”

Con molta fatica potrei esprimere una preferenza assoluta fra le tue fotografie, ma devo dire che sono stata molto toccata dall’intimità e il calore che riesci a trasmettere con pochissimi elementi nella serie “Home(s)” e che tratteggi in modo del tutto originale focalizzandoti sul dettaglio. Come ti sei orientata nella tua scelta?

Alcune delle mie mini serie sono un tentativo di raggruppare le immagini a seconda di un sentimento che ne faccia da denominatore. Quelle di “Home(s)” sono case di amici o comunque di affetti a me vicini e che hanno appunto suscitato in me un senso di intimità. Gli oggetti che ho ritratto sono simboli di momenti di vicinanza come una cena o un festeggiamento, piccoli eventi che regalano una sensazione comune.

Silvia Tiso
“Home(s)”

Molti dei tuoi lavori hanno per protagonista la natura o, meno genericamente, gli elementi che la compongono. Hai dei luoghi del cuore? Quali paesaggi risuonano di più e meglio con quel tuo mondo interiore di cui si accennava all’inizio?

Come dicevo prima, sicuramente Londra per esperienza di vita e momento storico e anche Achill Island dove ho fatto le foto della serie “Attimi sospesi”, un posto molto risonante in me in quel determinato periodo. E’ proprio la risonanza che un luogo, anche in modo inaspettato, crea con lo stato d’animo di quel dato momento a fare la differenza. Altra condizione fondamentale per esprimermi al meglio è l’essere da sola perché favorisce la mia dimensione interiore e il dialogo, la connessione con lo spazio e l’ambiente che mi circondano.

Nella tua biografia accenni ai grandi maestri della “Street Photography” cui abbiamo fatto riferimento più volte, per esempio quali?

Il corso che ho seguito era organizzato dal Gruppo Mignon di Padova, gruppo che ha avuto anche la paternità e di Walter Rosenblum e di Giovanni Umicini, grande fotografo purtroppo scomparso lo scorso anno. Oltre alle nozioni sulla fotografia in generale ho imparato anche la storia della fotografia. Per un certo periodo, quasi avidamente, ho consultato e comprato libri fotografici e visitato mostre.
Nomi per me significativi, anche se molto diversi tra loro, sono Henri Cartier-Bresson; Sebastiao Salgado, e tra i suoi libri “Un incerto stato di Grazia”, Francesca Woodman, Jerry N. Uelsman con “Meditation… Navigation”, Sally Mann e il suo “At twelve”;  Susan Burnstine con “Within Shadows; e, a colori, Nan Goldin (e tra i suoi libri: “The Devil’s Playground”) che trovo interessante perché ha raccontato il mondo vicino a sé in modo intimo e personale, quasi come un diario di relazioni ed emozioni.

A questo punto non posso non chiederti qual è il tuo rapporto con la parola e poi sarei anche curiosa di sapere, se lo fa, quanto incide all’atto dello scatto conoscere i segreti della camera oscura.

Se parliamo del rapporto foto/parola, io credo che l’immagine non abbia bisogno di parole per essere trasmessa e dico trasmessa perché ognuno ha diritto di vederci quello che vuole, è bello che chi guarda ci trovi un mondo, il suo, che io non immaginavo nemmeno ed è affascinante che, anche solo per un attimo, quel mondo possa incrociare un pezzetto del mio. Inoltre le parole deviano, possono indirizzare il fruitore verso un unico aspetto, in tal senso le trovo limitanti e pericolose. A volte addirittura c’è il rischio che siano il tentativo di riempire un’immagine di per sé debole. Anche se ho notato che sui social l’accostamento immagine/parola a livello di visibilità funziona di più, a me non interessa, io continuo per lo più a postare le immagini nude.

Per quanto riguardo la seconda parte della domanda, lo sviluppo lo delego a laboratori esterni, mentre personalmente mi occupo della stampa. Conoscere la stampa ti porta a cercare di non sballare i parametri di luce e tempo al momento dello scatto. A livello creativo ti dà la consapevolezza che lo scatto è solo l’inizio di qualcosa perché nella stampa posso ancora dare una forma, posso decidere e ricordarmi come l’ho vista e qual è l’emozione che voglio dare. Anche la stampa è quindi un momento fondamentale per raggiungere l’effetto finale. E’ lì che il lavoro si fa completo. 

Per concludere Silvia, ringraziandoti per la disponibilità e la pazienza, vorrei chiederti se hai già qualche idea in testa per il tuo prossimo racconto. Magari il colore?

In realtà sono ferma da un po’… al di là del momento storico, avevo la necessità di prendermi uno stacco da lutti e mancanze che mi hanno colpita negli ultimi anni.

Il mio prossimo obiettivo è provare a imparare ad usare una biottica Lubitel che era di mio padre e cimentarmi con il formato quadrato che questo tipo di macchina prevede. La dimensione della cornice cambia la necessità dello sguardo e le foto quadrate già da tempo le sto sperimentando su Instagram che uso prevalentemente come raccolta di appunti visivi.
Poi mi piacerebbe documentare i piccoli cambiamenti che possono essere fatti da ognuno di noi nella quotidianità per provare ad essere più ecologici, ma ancora non so se svilupperò il tema attraverso la fotografia, ci sto pensando.
Un’altra cosa che amerei fare, anche se non so se e quando potrà realizzarsi, è un’esperienza di cammino nella natura che vorrei appunto rappresentare con un racconto visivo. Se funzionerà al primo colpo non lo so, in alcuni luoghi a volte è necessario tornare.
Di sicuro il mio sarà uno sguardo in bianco e nero, come in un’altra epoca.

 

A fine intervista Silvia mi regala l’invio della bellissima serie “Dove i bambini stanno bene?” di cui rendiamo pubblica un’unica immagine.
Il suo sguardo risuona nel mio e nel nostro quello dei bambini e delle bambine che una volta eravamo noi.

 

 

Silvia Tiso

Silvia Tiso si avvicina alla fotografia nel 2005. Scatta principalmente in bianco e nero.

Mostre personali

2016, Dove i bambini stanno bene?, Retrogusto Bistrò, Padova.
2016, Attimi sospesi, x Irlanda in Festa – Gran Teatro Geox, Padova.
2015, Dove i bambini stanno bene? Ca’Sana – Cibo, Arte, Cultura, Padova.
2015, Dove i bambini stanno bene?, x Festival di Fantadia – Torre Reata, Asolo (Treviso).
2015, Attimi sospesi, Hotel Plaza, Padova.
2014, Attimi sospesi, Osteria Ai Scarponi, Padova.

Mostre collettive

2013, Mysta in piazza, Piazza Caduti della Resistenza, Padova, Italia
2009, Sfumature in bianco e nero, Ex Fornace Carotta, Padova, Italia

Altri progetti e collaborazioni

2015 – Immagini per l’evento poetico Versi Diversi per Parole Sorelle di Giorgia Monti e Serena Piccoli.
2012 – Realizzazione del progetto fotografico sperimentale con una ragazza ipovedente e cura della mostra “Un incontro di sguardi: tra visione ed ipovisione attraverso la fotografia”, all’interno del progetto “Cecità-CondiVisioni” organizzato da TAM Teatro Musica in collaborazione con Fondazione Robert Hollman (Consulenza e Sostegno allo sviluppo del bambino con deficit visivo) con la finalità di sensibilizzare la cittadinanza sulla realtà delle persone cieche e ipovedenti; Ex Fornace Carotta, Padova.
2011 – Scenografia visiva per lo spettacolo di danza “Controluce”- Fondazione Robert Hollman.
2007 – Realizzazione di foto e collaborazione per la multivisione “Tutti i colori del buio”, realizzata da Francesco Lopergolo – Il Parallelo Multivisioni, per la Fondazione Robert Hollman

Formazione

2010 – partecipazione al workshop fotografico tenuto da Ignacio Maria Coccia e Lorenzo Cicconi Massi, presso Noale (VE).
2008 – partecipazione al corso di stampa in bianco e nero tenuto da Roberto Salbitani presso il CRAF di Lestans (PN).
2007 (fino al 2015) – partecipazione a Indaco Gruppo Fotografico, con altri fotografi. Collaborazione di Indaco Gruppo Fotografico con il Punto
Giovani Toselli (area animazione dell’Ufficio Progetto Giovani – Comune di Padova), per la gestione del servizio Camera Oscura, l’organizzazione di corsi e workshop di fotografia.
2006-2007 – partecipazione al corso di fotografia e storia della fotografia e workshop di camera oscura organizzato dal Gruppo Fotografico
Mignon, presso C.T.P. Scuola Petrarca di Padova.
2006 – partecipazione al corso di camera oscura presso l’associazione Erasmus di Padova.
2005 – partecipazione al corso di fotografia base presso l’associazione Erasmus di Padova.

https://www.flickr.com/photos/22779694@N06/
https://www.instagram.com/silvia_tiso/

Approfondimenti:

https://www.mignon.it/
https://www.fondazioneroberthollman.it/
http://www.martatelatin.it/
https://www.gallerianinosindoni.com/ettore-greco/
https://www.facebook.com/fattoriasolidalebrugine/