Il pensiero emotivo di Carlo Giacobbi | Nota critica su <<Di luce compressa>>, di Viola Bruno, Associazione Culturale l’Inedito, 2023

La silloge di Viola Bruno, <<Di Luce compressa>>, articola il suo macrotesto in quattro sezioni: 1) Canto d’abbandono; 2) Il riciclo del dolore; 3) Archeologia dell’anima; 4) In ogni possederci c’è l’eterno. Il leitmotiv che informa la raccolta si sostanzia in una acuta riflessione sul dolore dell’essere-al-mondo, sulla percezione della finitudine, sulla vacuità dell’esperienza terrena, in un mood umbratile e crepuscolare che sfocia nella visione nichilistica dell’esistere.

La lirica incipitaria <<Del Dolore ditemi, Signori>>, che si snoda in insistiti conativi anaforici (il sintagma <<Ditemi>> è ripetuto quattro volte), è indicativa di uno stato dell’io che è interrogante, che chiede, appunto lumi, al Voi cui si rivolge, affinché possa trovare approdo in risposte di senso che tuttavia non paiono manifestarsi. I topic dell’<<abbandono>>, il <<giogo>>, la <<croce>> iconizzano in vivide ipotiposi le appercezioni dell’animo della poetessa. Il referente del corpo è esplicitato quale <<involucro di niente>>, quasi l’anima fosse in absentia, incapace di generare senso e di schiudere orizzonti (<<Figlio / il mondo a te non ho concesso>>).

Anche l’anelito anabatico resta frustrato, è <<preghiera inascoltata>>, e <<l’Ora>> dell’<<impietosa Morte>> induce l’io lirico al ritrarsi in una forma di resa, di abdicazione al dasein heideggeriano. Sembra quasi che la deflessione umorale sia eziologicamente collegata al senso kafkiano della <<colpa>>, una colpa <<senza espiazione, / senza rimedio>> di cui pare essere ignota la genesi. Sta di fatto che la dimensione ontologica della vita non conosce alcuna teleologia o finalismo, tanto che <<Non esistono altrove migliori>>; si vuole dire che l’io poetante, pur situandosi in una condizione limbicola o liminare tra cielo e terra, avverte di entrambi gli estremi <<il vuoto>>, risolvendo la sua indagine nel constativo <<è solo ombra / ciò che al mondo resta>>, sicché è possibile confidare, in termini ctoni, solo nell’<<abisso>> e si può essere devoti solo <<al nulla>>. 

Il <<padreterno>> non a caso declinato in minuscolo, è indicativo dell’impossibilità di concepire una trascendenza che appunto superi la datità dell’esperienza terrena. La vox, pure clamantis diviene eco, ritorno di sé; non approda ad un Tu, non stabilisce una relazionalità che possa lenire la solitudine: <<Della mia sola voce / odo il rimbalzo, partita senza doppio>>. L’unico atteggiamento salvifico, certo meramente terreno, è quello dell’accettazione: <<e accettare di perdere /-insieme al sole / una vita intera>>. Eppure residua, nei versi della Nostra, un’apertura all’alterità, un farsi spazio ricettivo per consentire all’altro l’ingresso, come si legge nel performativo austiniano <<Entra>> e nella promessa di cura di cui al distico

forse hai sete, saprò essere fonte

forse hai fame, saprò essere carne

il tutto in una dimensione di avvento, di attesa in limine (<<Entra, lascia l’ombra sulla soglia>>). Il dettato si fa più luminoso, più disteso e innamorato del mondo, nella lirica <<Tutti perdòno>>, che equivale a dire, nell’intentio della poetessa, <<vi amo tutti>>, dove la pronuncia, iterativa di anafore che conferiscono impulso ritmico al dettato, ricorda lo stile di alcune prove della Gualtieri

Tutti perdóno.

Per l’incoscienza delle armi maneggiate

per le spade sulla vostra stessa testa appese

per l’inconsapevolezza delle vostre ferite

– che cicatrici chiamate

per le lacrime che nascondete

per le carezze che di schiaffi vestite

per la tenerezza che di nero coprite

per il lamento che in grido mutate

per il dolore che con oppio spegnete.

 

Tutti pèrdono.

Perciò vi amo tutti.

 

Anche nella lirica <<Non pensi alla morte>>, l’esperienza terminativa perde la sua connotazione disperante, laddove si riesca a percepire la gioia che è <<più vita / che oltre la stessa si espande>> nell’hic et nunc del vivere il momento in sé, senza proiezioni nell’incertezza del futuro. L’Autrice scrive delle <<infinite resurrezioni del mio giorno>> che va scovando, in un alternarsi di buio e luce, nella propria <<Archeologia>>, nel Logos cioè del proprio Archè, nell’intimo soliloquio – tutto declinato all’indicativo presente – che diviene abbrivio d’un nuovo modus essendi – più pacificato – che si traduce in un modus vivendi rinnovato e propositivo. L’io lirico, in tale più conciliata condizione, partorisce il suo vero sé, si fa levatrice di se stessa, in quell’atto di maieutica socratica volto a trarsi fuori, a venire alla luce, a farsi <<primo respiro nel mondo>>.

 

Curo –

la creatura appena uscita

da me

finalmente madre

di me stessa

 

inversa singolare maieutica

nell’utero rientrata

nella mente concepita

da un unico seme

fusione di cuore e ragione

corteccia infrango e tolgo

la prima tenera pelle calzo

Il vecchio carapace dimentico –

 

germinata dal tepore

delle mie, delle tue carezze

varo –

il primo respiro nel mondo.

 

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Viola Bruno ha quarantadue anni e vive in Maremma. Di luce compressa è la sua prima silloge, finalista al premio Pietro Carrera 2023. I suoi versi sono contenuti anche in tre antologie pubblicate da “L’inedito Letterario”: I segreti delle piccole cose, Poesie d’amore e Fiumi di parole d’amore. Così la presenta Fabio Martini <<Viola Bruno è un’autrice particolare. Tinte scure, quasi nere, grigio cenere e vetuste condizioni sono quelle della sua poesia. In un’altalena di parole, di rime alternate a volte senza un controcanto rimato, nel tentativo infinito di riemergere dal fondo e di non subir retaggi delle mal condizioni. Questo scrivere racconta i poeti e delle loro altre sensazioni profonde, i sentimenti umani: Pozzi, Pavese, Sbarbaro, Luzi, a volte Sanguineti – quando il verso non lo tiene – e poi l’emozione dei greci e la profondità della poesia Classica e Middle Europa. La scrittura in un processo di trasformazione di singhiozzi remoti di dolore, spolverati e abbracciati con la compassione del naufrago verso il tronco che galleggia visto come zattera di salvezza. E poi la morte e la nascita in un cambio di pelle, quasi un abito nuovo, un essenziale con cui darsi una nuova ventata di profumo, una danza, un equilibrio nuovo di zecca, delicato, a rafforzare una sfumata di nera fuliggine su color sparso di cipria e sorrisi sottesi ma inesistenti. La poesia come un mezzo, un inizio, una possibilità, una pace, un balsamo, una ferita, un grido, un sussurro, un silenzio>>.