Caro Bruno, ho letto i tuoi versi, epistola di Carlo Di Legge su ῎Eως, la Dea dell’Aurora”, di Bruno Di Pietro
 
 
 
Caro Bruno, ho letto i tuoi versi, ῎Eως, la Dea dell’Aurora”, e la bella nota di accompagnamento di Daniele Ventre come la tua su passaggi e Mercurio. Ne abbiamo parlato, così ho qualche nozione in più.
Certo, i tuoi versi eleatici (li si può leggere a livelli molti diversi) non si riferiscono alla versione a uso delle scuole dei frammenti tradotti (Diog. Laerzio, Proclo…) e oggi commentati dagli autori dei manuali. Tralasciamo i testi scolastici perché danno per scontata la netta separazione tra le vie del Giorno e della Notte, di δόξα e di ἀλήθεια.
Certo, si può anche leggere così. Ma tu insisti sulle parole della dea, a 24 sgg.: in particolare si legge
 
“… non fu un avverso destino
a mandarti per questa via (che è invero lontana dall’orma dell’uomo),
ma la legge divina e la giustizia. Ma ora devi imparare ogni cosa
e il cuore che non trema della ben rotonda verità
e le opinioni dei mortali, in cui non è vera certezza”.
 
Se la dea si fermasse qui, si avrebbe che le vie sono due e basta, verità e opinione, forse potremmo dirle via del Giorno e della Notte? Invece la dea aggiunge “Ma tuttavia anche questo imparerai, come l’apparenza
debba configurarsi perché possa veramente apparir verosimile, penetrando il tutto in tutti i sensi” (I presocratici, a cura di A.Pasquinelli, Einaudi 1976, p. 227).
Credo non si tratti di una via per gli spiriti logici (c’è anche questo: ci sono qui molte cose) – e tu sostieni sia anche una strada soteriologica, di una specie di dottrina della salvezza, per quanto a noi esseri umani questa sia data.
Un inciso, a cui vien data occasione dalle tue considerazioni del 1° marzo 2024 – “La parola chiave: passaggi”, sottotitolata “ Hermes. O del passaggio dal buio alla luce”.
Inciso necessario, perché mi pare che stia qui il problema che ti poni, rispetto all’eleatismo. Il passaggio in questione porta il carattere di Hermes: perché “la sua funzione è doppia” – punto 1 – in quanto il dio accompagna nei due sensi luce-buio e buio-luce. Cosa s’intende, nel caso? Che, come i mortali transitano nei due sensi, sonno-veglia e l’opposto, così nell’epoca attuale abbisognano di un altro radicale passaggio inteso come risveglio delle coscienze e dell’azione: “Il lessico del risveglio risulta particolarmente attuale per un confronto con le urgenze del nostro tempo”
(punto 2). Parole che risultano premonitorie, con l’aggiunta “Il lessico del risveglio si lega all’idea di un evento che, irrompendo sulla scena congelata del nostro tempo, interrompe la continuità…” (punto 2). Non è in questione soltanto la morte o la domanda umana di sempre, “La domanda sull’abolizione della morte” (punto 3); ma
sembrano, non da oggi, anche in procinto di essere ridiscusse tutte le certezze sul ruolo dell’Occidente nella storia del mondo e perfino sulla sopravvivenza del genere umano sul pianeta. Non vado oltre; mi limito a considerare che, tanto leggendo queste tue considerazioni quanto i tuoi versi, i tema del risveglio e della coesistenza e
riconsiderazione (rispetto a certa lettera dell’eleatismo parmenideo) del giorno e della notte, senza peraltro di necessità e sempre coincidere, siano insieme a quelli della danza dell’apparire e dell’essere, dell’opinione e della verità, dell’essere e dell’esistere. Se l’eleatismo ancora oggi mantiene inalterato il suo fascino di una argomentazione, d’una logica stringente e insieme visionaria e così supera le distanze del tempo, da sempre i viventi sono coinvolti nel farsi dell’esperienza e della storia, del mutamento di tutte le cose e delle situazioni, della temporalità e, in ipotesi, della fine del tempo. Tornando ai versi. Le vie che si possono vedere nel poema originario, come viene riportato, sono almeno tre e credo che questo sia il presupposto: come, dopo che su questo punto è passata e continua a passare tutta la filosofia occidentale, vestire di ragionevolezza l’aporia così cruda, lo spettacolo della vita e della morte, la congiura dell’essere-e-non essere? Quest’ultimo, forse, il non-essere, mi si potrà vietare di
pensarlo e dirlo (divieto inutile, dal momento che lo si enuncia!) ma non di percepirlo, nel momento in cui lo si intende come apparire dell’apparente! E allora, se di apparenza v’è solo opinione senza certezza né tanto meno verità, come mettere insieme “la ben rotonda verità” e “le opinioni dei mortali” in un modo che “l’apparenza … possa veramente apparir verosimile”, dato che ne va della nostra vita, affinché questa sia vivibile? Credo che questa domanda si pongano i tuoi versi (inoltre supportati dalle tue riflessioni su passaggi e dunque sulla figura di Mercurio) a cui risponde Daniele Ventre affermando che pervieni a una tua versione della gaia scienza, riferendosi
alle tue linee finali: “Nella gioia/di essere senza fondo/nella gioia/di essere al mondo” (18).
Possiamo sperare? Certamente, perché la speranza è, e come tale è sempre uguale a se stessa, e si può dire che per le nostre esistenze oggi è stata anche accompagnata da una discreta dose di fortuna. Ma come si argomenta questo, nei versi, posto che scrivere versi di poesia non sia propriamente un argomentare? Credo che, come vede il tuo eccellente esegeta , anzitutto non sia tanto il sole-giorno il riferimento della tua versione di Elea, quanto la notte-luna: ma, dico, la notte non potrebbe essere figura del non-essere assoluto? Forse, ma intanto, per quanto l’Eleate
sembri vietarlo, è trascorso tutto il pensiero d’Occidente, il sole è calato e risorto innumerevoli volte e la luna-notte può essere un positivo quanto il sole-giorno: così si legge che, in immagine,
 
“Ci dissetammo
ai serbatoi di acqua
della luna” (1).
 
La luna? Ma come. Di nuovo, non era la luna con la notte, via del non pensabile e del non dicibile? Poteva esserlo, ovvero non essere. Ma no, dal momento che posso percepirlo, il non-essere come divenire – e così trovare una via dell’opinione verosimile che si sta avvicinando a quella della notte, per cui lo puoi dire:
 
“…resto testimone
del non essere” (Sic!)
 
nel senso che nella notte sovrana, “che domina/gli uomini e gli Dei”
“Avanza
il popolo dei sogni” (3)
e questo nel “vapore” che s’alza “dal mare” accade, che “Danzano l’uno e i molti intorno alla rotonda luna” (4).
La notte-luna è il luogo del con-fondersi dell’uno e dei molti, mentre ciò non può darsi nel giorno-sole; ma la verità della nostra esistenza allora sta più nella notte che nel giorno, o forse il giorno-sole sarà l’illuminazione di una verità inaudibile e intollerabile, mentre la notte ci renderà più vicina questa verità nella sua indifferenza!
E cos’ha a che fare questo con la nostra percezione del tempo? Come si giustifica il
sottotitolo – “quando verrà il passato”?
 
Ovvio chiamare il causa la temporalità, perché Parmenide lo ha fatto, come sappiamo. Si potrebbe addurre argomenti dalla fisica contemporanea, dalla concezione del tempo nella fisica quantistica? È vero, il tempo come noi lo sperimentiamo (qualcosa sta cambiando nella nostra maniera, tuttavia, di concepirlo) non ha molto senso in ambito quantistico, perché in quell’ambito della realtà si ammette che in ogni istante il senso del tempo possa invertirsi e tornare all’indietro: così, domando, avrebbe senso che
 
“Ora è tempo
di abbandonare il tempo” (13)?
 
Sono subito portato a rispondere: no, non avrebbe poi tanto senso per la nostra vita perché, se è vero che “la scala crea il fenomeno”, noi nella nostra quotidianità siamo strettamente legati, dipendenti da un modo di apparire (ovvero di essere-e-non-essere) di fenomeni che sono-e-non-sono sulla nostra scala percettivo-sensoriale.
Allora domandi: “quando verrà il passato”? E soprattutto, perché
 
“il passato/deve
ancora arrivare” (6)?.
 
Non posso che rispondere:
“non pensare/a ciò che è già stato”: se bene interpreto, un atteggiamento – dalla parte di, con Nietzsche, che non intende restare prigioniero del “così fu” ma si rappresenta il passato come ad-venire: Heidegger direbbe che la storia
della possibilità-progetto che noi siamo come esistenza consiste nella ripetizione delle possibilità/progetto migliori che noi siamo già stati, e questo dev’essere il nostro proponimento. Avviene allora che, al culmine della vita, si trovi l’inizio:
 
“Arrivati in cima
incontrammo
l’infanzia della terra” (1).
 
Ogni volta che, come noi diciamo, si esauriscono la possibilità e il progetto, ritroviamo il pro-jectum, l’esser-gettato in avanti e l’aurora: la danza dell’uno e dei molti in questa circoscritta e pur smisurata landa del nostro esistere, in questo così esser de-limitate isole e terre in riva al mare. Anche se “La prima luce del mondo/illumina illusioni” (8) che tali, illusioni, sono, resta apprezzare il “mistero del creato” ( 16) che ci si offre nella bellezza di ogni istante. A ciascuno, nell’arco del destino umano, sono date gioia e speranza: ognuno di noi è infatti nella condizione di
semi-cecità, rispetto a ciò che, vedendo, egli è escluso dal vedere:
 
“Sono quasi cieco
eppure vedo l’essere e l’essenza
nel tutt’uno
del ramo spezzato del pioppo
immerso nell’acqua
rigenerare radici
la vita, l’esistenza” (17).
 
Saremo noi umani in grado di “portare ad apparenza l’ultima speranza che il passato (al presente, n. d. r.) ha dato in consegna” ? (Passaggi , cit, punto 4). La speranza come tale è indefettibile; ma noi viventi siamo all’altezza della speranza? Ne siamo capaci? È la tua medicina o salvezza questa, forse, ripensata, per dono antico della
dea. Ma resta che hic Rhodus, hic salta.
.
​Carlo Di Legge
 
 
 
 
 
 
In limine
 
I grilli normalmente molesti
parlano più che frinire
nel pomeriggio di prima estate.
Parmenide convertito al divenire
è in buona salute
Zenone si è offeso.
La bouganville è in rigoglio
il melograno in fiore
ponente pettina il grano.
Nella piana di Elea
tutto è e sarà
come è sempre stato.
 
(Io invecchio).
 
°     °     °     °     °
 
 
Dal mare si è alzata
una nube di vapore.
Da cerchi luminosi
avvolti gli ulivi
la terra e il cielo
le piante e le stagioni
i morti e i vivi.
Danzano l’uno e i molti
intorno alla rotonda luna.
 
°     °     °     °     °
 
 
Si mischiano le acque
del cielo e del fiume
con il mare alla foce.
La terra emersa
si compatta agli argini.
Piove nella piana
dove dimora e gracida
la primitiva rana.
 
°     °     °     °     °
 
 
Antichi spiriti mediterranei
attraversano il giorno,
si dispongono nell’ora mediana
dove preciso è il taglio del tempo.
Sparite le ombre.
Fragili le gambe nell’attesa
di ciò che è già arrivato
e indica la via d’uscita
 
dalla cella del presente.
 
°     °     °     °     °
 
 
Nella gioia
di essere senza fondo
nella gioia
di essere al mondo.
 
 
 
 
 
 
 
 
BRUNO DI PIETRO (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense.
Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Colpa del mare” (Oédipus, Salerno-Milano 2002)
“[SMS] e una quartina scostumata” (d’If,Napoli 2002) “Futuri lillà” (d’If, Napoli,2003) “Acque/dotti. Frammenti di Massimiano” (Bibliopolis,Napoli 2007) “Della stessa sostanza del figlio” (Evaluna,Napoli 2008)
“Il fiore del Danubio” (Evaluna,Napoli 2010) “Il merlo maschio” (I libri del merlo, Saviano 2011)
“minuscole” ( IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017)
“Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).” Colpa del mare e altri poemetti”
(Oèdipus ,Salerno Milano 2018); “Baie” (Oèdipus ,Salerno-Milano 2019) “Frammenti del risveglio”
(Oèdipus, salerno, Milano 2021).
Due volte finalista e una segnalazione speciale per “Una vita in versi” nelle ultime tre edizioni del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano”. Suoi interventi di critica sono apparsi su Nazione Indiana, Frequenze Poetiche, Infiniti mondi, La Clessidra.
È presente nel “Dizionario Critico della poesia italiana (1945-2020)” a cura di Mario Fresa.
È presente in numerose antologie fra cui : Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli 2008)
Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010) Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m , Napoli 2012).
Errico Ruotolo, Opere (1961-2007) (Fondazione Morra, Napoli,2012) Polesìa (Trivio 2018, Oèdipus
Edizioni) La Clessidra (2019)
Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in riviste e blog (fra i quali Nazione Indiana, Il Segnale, Anterem, Carte nel vento, Infiniti Mondi, ClanDestino, Trasversale, Versante Ripido, Frequenze Poetiche, Atelier,
Levania , Trivio , InVerso, Menabò, Poetarum Silva, Le Stanze di carta, La Recherce, Carteggi letterari, La Clessidra, Zona di disagio).
E’ stato fondatore con Gabriele Frasca e Mariano Baino della Casa Editrice “d’If” e socio della Casa Editrice “Cronopio”.
 
 
Carlo Di Legge è nato a Salerno. Ha pubblicato saggi di filosofia (2000, 2003, 2008,
due nel 2014); la rivista “Secondo Tempo” (Marcus Edizioni, Napoli) pubblica suoi scritti brevi di filosofia; altri, con poesie, sono al suo sito www.carlodilegge.it.
Di poesia, ha pubblicato la plaquette Momenti d’amore (Angri, 2002) e i libri Il candore e il vento (Napoli, 2008) e
Multiverso (Alessandria, 2018). Si prevede un terzo libro, questa estate 2024.
On web, la maggior parte delle poesie fino al 2018 sono sul sito www.orientexpress.na.it;
diverse composizioni e recensioni sono state pubblicate, su Antologie, Siti e Riviste, anche online , come
Atelier, Levania, Frequenze Poetiche, Poetarum Silva, Versante Ripido, formafluens International Literary Magazine
e altri.
Sull’esperienza del tango ha pubblicato il libro, a carattere letterario-epistolare, Sentire il tango argentino
(Napoli, 2011).