Sogni | Otto. La versione dei vivi (prima parte)

 

Jean

Non esponete il mio cadavere. Non commettete oscenità. Non girate intorno alla bara aperta, sussurrando in mille le stesse banalità. Non mi riconoscerete perché non potrete. Non sembrerò più io, perché non sarò più io.
Fate festa. Affittate un locale, infilatevi in un pub. Ordinate casse di birra. Ingozzatevi di salatini.
Lasciatemi stare, almeno da morto.
Non fate funerali (e – ovviamente – neppure pettegolezzi).

 

Quando Julie aveva letto le sue ultime parole, per un attimo, le era sembrata così fuori luogo, quell’ironia.
Poi, l’aveva riconosciuto, anche lì. L’amore della sua vita. Lo avrebbe riconosciuto per sempre.
Come la prima volta che l’aveva visto, affacciato alla ringhiera di una terrazza su un giardino autunnale. I jeans stretti e il maglione scollato a v. Così fuori moda. Così tipico.
Era una serata ancora calda e il locale era già pieno di ragazzi con le birre in mano, in attesa che il concerto iniziasse.
Il caso aveva voluto che quella sera lei fosse bella.
Lui aveva afferrato con noncuranza un lungo spolverino nero da una sedia e le aveva proposto di aspettare insieme l’inizio del concerto. Chi l’avrebbe detto che poi sarebbero state tutte così le loro serate. E che sul palco, un giorno, ci sarebbe stato lui.
Del domani non sappiamo nulla – le aveva detto – ma questa sera, ora, tu ed io, insieme, siamo bellissimi.
L’aveva ripetuto, questa volta avvicinandosi al suo viso, in un sussurro.
Capita che una menzogna pronunciata due volte diventi una verità.
A lei era sembrato così dolce e naif e l’amore era cominciato lì.

 

Quante volte ne avevano parlato.
– La cosa che davvero infastidisce di più di questa leggenda, che le rock star devono morire giovani, la cosa davvero seccante è che poi restano solo gli altri a parlare.
– E avranno tutto quel tempo per farlo perché nel momento in cui le giovani rock star se ne vanno, gli altri, i vivi, giovani come loro, lo rimarranno ancora per un bel po’.
– Avranno scelto la vita, così si dirà. E il seguito sarà la storia di una rockstar tormentata, ma raccontata dagli altri e nessuno che possa più ascoltare la versione originale.
– Ecco, questo vantaggio, dei vivi nei confronti dei morti, che nessuno potrà colmare, mai più, che prescinde dal valore degli uni e degli altri, è una cosa che dà davvero fastidio.
– Però, alla fine – aveva aggiunto Jean – le giovani rock star, un vantaggio ce l’hanno. Che saranno giovani per sempre.
– Questa è davvero una banalità, aveva riso Julie.

 

Julie

Non ricordo più di che colore hai gli occhi.
Non ricordo più il suono della tua voce.

Cercami
I am easy to find.

Ti ho invocato
affinché alla fine raggiungessi le mie notti
e tornassi ad essere la mia ossessione

Le parole dovrebbero avere un senso
sempre

Che senso hanno le tue ora
perché disallinei
i miei esercizi di equilibrismo
perché
asciughi le mie lacrime con finte
consolazioni

Perché sei qui
per poi non esserci mai più
cosa mai ti ho fatto
quale marchio ho lasciato su di te
che tu non riesca ad abbandonarmi

mai

What’s the point

Lo sapevo
ci sarebbe stato un giorno, alla fine, in cui tu saresti tornato.
E allora sarebbe stato tutto perduto.

 

Jean

Diranno dell’ultimo disco che ho ascoltato, dell’ultimo film che ho visto. Inventeranno i miei ultimi pensieri. I gesti. Gli sguardi.
Quello che non diranno è che non potevo fermarmi, non potevo pensare a te. Dovevo restare fisso sulla luce – alla fine del tunnel – era lì che dovevo arrivare – ero giovane – potevo farcela – lì – sarei stato libero. Like a blue bird.
Avrei voluto che, alla fine, l’unico dolore rimanesse il mio, ma sapevo non sarebbe stato possibile. Solo che, in quel momento, al dolore dei vivi, non potevo permettermi di pensare.
Perdonami, amore mio, per essere morto solo, senza di te. Ma con te, non sarei potuto morire, mai.

What’s the difference, anyway.

Ti amo. Questa frase è solo una ferita. Una perdita. Non serve a nulla.
Perché niente ha un senso.

 

Julie

Vieni, ti prego, vieni, torna a prendermi, parlami, raccontami, come hai sempre fatto.
Parlami, non smettere, solo le parole contano.
Le parole restano, sono tracce, noi passiamo.
Ti amo. Questa frase è una ferita. Il suo valore è la sua inutilità.
La conservo.
Conservala.

Vieni
portami via
                     (mentono)
                     (dicono che tu non possa più farlo)
non ho fatto che aspettarti
e ora è questo
                     (per certo – dicono  
                     che non ti vedrò mai più)
                     (non sanno – stupidi)
che accade
proprio ora
proprio qui

tu torni
e mi porti via

 

Capita che ci tocchi in sorte di essere la fine di noi stessi. D’improvviso – il futuro non è più. Al suo posto un presente disperato dove i sogni sono tutti morti e non c’è più alcuna differenza tra esistere e non esistere.
Milioni di lacrime premono sulle palpebre.

It’s all for nothing. Again.

Fu allora che decisero che la cosa migliore per Julie sarebbe stata svuotarle la mente, come si svuota un catino per buttare l’acqua sporca perché, a quel punto, era fin troppo chiaro che lei non sarebbe stata più in grado di sopportare il doloroso fragore dei suoi pensieri.

Buio.
Qualcosa di morbido sotto il corpo. Qualcosa di piacevole.
Espira a bocca aperta, le dicono. Lasciati andare.
Sei al sicuro, ora.
Cominciamo.

Da lì in poi le avrebbero impresso, giorno dopo giorno, con meticolosa cura e implacabile benevolenza, la pratica salvifica della dimenticanza.

 

***continua***