Sogni | Sette. La vita nel frattempo

 

Il tempo non migliora e il vento che è tornato a tormentarci, oltre alle nuvole, aggroviglia anche i nostri pensieri. La testa è piena di questa tempesta insulsa, che va e viene, che ci impedisce di uscire e quindi, alla fine, di muoverci, di camminare, di sorridere.
A volte abbiamo l’impressione che le nostre voci e i nostri corpi non siano più capaci di esistere se non in relazione a quanto accade fuori di qui.
In terrazza non rimaniamo che pochi minuti, poi ci rifugiamo nel salone.
Ma anche qui, alla fine, ci ritroviamo.

– Se la vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore, ecco, io, la noia, non la conosco. Ci crediate o no, non mi sono mai annoiato in vita mia. La fila alle poste, quella in banca, dal medico o dal dentista, non mi hanno mai innervosito. Sono capace di inventare mille modi di passare il tempo. Trucchi mentali. Osservo gli ambienti, ma soprattutto osservo la gente. Faccio supposizioni sulle persone, i loro rapporti, le relazioni, i caratteri, le maschere, le interferenze. Le sale d’attesa non mi spaventano. Mi spaventa quello che accadrà una volta che sarò chiamato.- sogghigna.
Ad un estraneo, quello di Marcel, potrebbe sembrare l’inizio di un monologo.
Ma come sempre, non appena uno di loro inizia a parlare, tutti si fermano, sospendono le loro occupazioni – o i loro ozi – per prestare attenzione. E’ così che accade, nel gruppo, è così che è accaduto fin da subito, fin dai primi giorni, quando ancora non erano abituati uno alla presenza dell’altro. Come una strana forma di attrazione. Nessuna parola cade mai nel vuoto. Si ascoltano sempre, si rispondono. E per farlo – persino – si guardano.
Uno dopo l’altro prendono a sgranare il rosario delle loro formule, senza soluzione di continuità.
– Si potrebbe anche dire che amiate vivere nel frattempo, Marcel.
Robert, seduto vicino alla immensa vetrata, distoglie lo sguardo dalle onde alte e grigie che inghiottono la spiaggia.
– La noia è un lusso. Come la depressione. Solo i ricchi possono permetterselo. Ai poveri tocca la disperazione.
– Ruth, voi, l’avete, una vostra idea di lusso?
– La vecchiaia è un lusso, a volte.
Ruth, raggomitolata nella poltrona d’angolo, alza gli occhi dal libro che ha in grembo.
Marcel, al tavolo grande, fissa Giselle, nell’altra poltrona d’angolo, che ha smesso di scrivere.
Ha questa abitudine, lei, che tutto passi attraverso la scrittura. I “to do”, le “wishlist”, gli elenchi della spesa, i libri letti e quelli da leggere, i film visti e quelli da vedere. Pensieri, note citazioni, brandelli di frasi, pagine intere riempite con la sua calligrafia minuta e ordinata. Un continuo prendere appunti, rimandando il momento di ordinarli e farne qualcosa di sensato. Come ci fosse sempre tempo. Sempre vita.
– Giselle?
– Il lusso è un abominio, un crimine contro l’umanità. Ogni privilegio lo è.
D’improvviso, è presa dal panico. Teme – inspiegabilmente – che la conversazione torni alla sua rivelazione su Julie.
E’ stordita. Ricorda il momento in cui l’ha pronunciata. Percepisce di nuovo lo smarrimento degli altri. Ma soprattutto ritrova il peso della loro curiosità. Non sa più cosa dire, cosa pensare.
D’impulso, decide sia venuto il suo turno per raccontare il sogno. Lo fa per distogliere l’attenzione, per cambiare argomento, per evitare che a qualcuno venga in mente di chiedere spiegazioni. Sa che è solo questione di tempo, ma non può affrontare le loro domande finché il sole non sarà tornato.

Se questo sogno avesse un titolo, sarebbe troppo lungo e poco adatto. Direbbe della versione giovane di noi stessi, quella che ancora contempla il futuro.
Mio caro Michel, alla fine, sarebbe potuto essere questo o un altro, per loro non avrebbe fatto differenza. Questo però tu lo conosci, perché l’hai sognato insieme a me e l’ho scelto per raccontartelo ancora.

Bambini, avevamo lasciato la nostra bella casa, luminosa e pulita e ci eravamo trasferiti in un paesino in cima ad una collina, in una casa buia e fatiscente che dava sulla piazza principale.
Il pavimento della sala alla quale si accedeva dalla porta d’ingresso, non esisteva. Al suo posto una specie di manto stradale grigio, rovinato in più punti, dai quali uscivano ciottoli sconnessi.
Al centro, un divano sfondato, pieno di coperte.
La strada per raggiungere il paese era tortuosa. In una curva, durante il percorso, avevamo notato uno spiazzo con un ristorante. Gradevole, dall’aspetto costoso. Non ci eravamo fermati.
Papà aveva guidato con la consueta sicurezza. Mamma aveva chiacchierato con la consueta freschezza. Le sue risate lambivano la nostra ansiosa curiosità, aggrappati alla sua solita incoscienza, che tutto risolveva.
All’estremità opposta della porta di ingresso era una piccola finestra che dava sulla vallata. Campi verdi, colline, vegetazione rigogliosa. E in mezzo spuntavano le cupole e le guglie dorate di una costruzione dallo stile orientale. Un tempio. Una chiesa ortodossa. Una moschea, forse, diceva mamma.
Era un pomeriggio di sole.
Il nostro gatto grigio gironzolava per casa e io avevo la solita paura che si perdesse. O che qualcuno gli facesse del male.

Due uomini in tute blu con cartelle in mano si presentano alla porta e chiedono di papà. Non capiamo cosa vogliano. Abbiamo l’impressione venga pronunciata la parola “mare”. Non capiamo bene a che proposito, ma gli uomini hanno un tono che percepiamo come minaccioso.
Mamma indica loro la piazza, gremita di gente. E’ lì, dice, cercatelo lì, dice, mio marito, indossa una camicia bianca, è biondo, con i ricci. E’ con lui che dovete parlare.
Poi si rivolge a noi e strizzando l’occhio: avrei dovuto aggiungere anche che è bello? Poi scoppia nella sua risata, che ci travolge e passa una mano di calce bianca su tutte le nostre paure.
Ma gli uomini non riescono a trovarlo e allora tornano. Ne segue un alterco. Accusano mamma di essere stata approssimativa nella descrizione. Lei, di rimando, di non essere stati chiari nell’esporle i motivi della loro ricerca.

Nella piazza passa una gara ciclistica. Ecco il motivo di tanta folla.
Qualcuno, seduto di spalle, parla con il sindaco, in piedi, girocollo blu, rivolto verso il nostro punto di osservazione. Sulle prime penso sia papà, ma mi sbaglio. Sono davvero in tanti oggi gli uomini che indossano una camicia bianca.

Rimaniamo soli all’interno, tu ed io. Per un attimo mi assale il terrore di come faremo, così lontani dalla città, la mattina ad andare a scuola. A che ora ci dovremo svegliare, dove troveremo la forza per percorrere tutta quella strada. Nell’angoscia mi scorrono davanti pomeriggi trascorsi a studiare per interrogazioni ed esami ai quali odio con tutta me stessa di sottopormi.
Tu mi guardi come si guarda qualcuno che non può ottenere alcuna risposta, alcuna soluzione.
Poi, in un lampo, con estremo sollievo, appare un pensiero: che stupida, abbiamo terminato la scuola da tempo, siamo adulti, ormai, nessuno ci potrà mai più costringere a tornare a scuola. Il masso che mi comprime lo stomaco si dissolve.
Rifletto. Non è poi così male la casa. Il panorama è bello. E la posizione centrale. Papà avrà pensato sarebbe stato bello vivere qui. Finalmente cambiare vita.
Mi tranquillizzo. Avvolta da una sensazione che si avvicina all’idea di felicità.
Mi avvicino alla finestra. Scatta delle foto, ti dico. Quadretti, della serie “cosa vedo dalla mia finestra”. Ma tu sostieni che questa è troppo piccola e nell’inquadratura comparirebbe anche un pezzo di grata, come in una prigione.
Il sole tramonta. Il buio scende così repentino che non riesci a fotografare nulla.
Penso che dovremmo chiamare mamma e papà, che tornino. E loro tornano.
Sereni, Si tengono abbracciati.
Allora mi abbracci anche tu, per imitarli.
E a questo punto mi rivolgo a tutti voi, a te e a loro insieme, anche se loro, non riesco più a vederli.
E in un attimo di estrema lucidità, come forse può capitare solo una volta nella vita, ho una certezza.
Così lo dico.
“Lo sapete, voi, che stiamo sognando. Lo sapete, voi, che tutto questo è un sogno”. Non è una domanda. Non è un’affermazione. E’ la verità.
Sento salire il pianto. Ma non mi sveglio.
Nessuno di noi lo fa.

 

***continua***