Federico Preziosi: nella purezza della resa, di Massimo Parolini

      

“Madame Bovary sono io”: così rispose Gustave Flaubert quando gli chiesero, al processo per immoralità e offesa al pudore censura, chi fosse la protagonista del suo romanzo più famoso. L’immedesimazione psicologica di uno scrittore nelle profondità psicologiche di una donna sono innumerevoli e di lunga data: oltre alla Bovary basti ricordare Anna Karenina, Nora di Casa di Bambola e via di seguito: la vertigine della lista durerebbe a lungo . Ma si tratta comunque di un gioco narrativo dell’autore che rimane onnisciente, a focalizzazione zero, il narratore Dio che tutto sa dell’animo dei suoi personaggi, e tutto riporta dalle zone erogene dello spirito.  Un narratore che entra nelle stanze private dell’animo femminile per inoltrarsi, rischiosamente, nelle pieghe di una psicologia diversa da quella maschile, più complessa e raffinata, più inquieta, per riportare, quasi sempre, l’immagine della sofferenza nella ricerca del piacere,  della felicità,  e della libertà, opponendosi al controllo e alle convenzioni sociali, con un finale prevalentemente di sconfitta, ma in cui la grandezza dell’eroina sta proprio nella sua scelta di ribellione e richiesta di autonomia esistenziale. Fra i poeti questa operazione è invece più rara: un tentativo recente lo troviamo nella raccolta poetica Variazione Madre  di Federico Preziosi (Controluna – Edizioni di Poesia – Collana  Lepisma Floema,  pg. 77, 2019). Variazione che per rimando rimico rinvia a Vocazione: come scrive il critico Giuseppe Cerbino nella sua prefazione “Il tentativo dei testi che compongono questa silloge […] non è più quello di una ‘sacralizzazione’ del femminile attraverso cui, in vari modi, il maschio viene sottratto al suo inferno (pensiamo alla figura di Clizia in Montale) ma quello di avviare un processo di immedesimazione con l’inferno femminile  a cui nessuna donna pare sia stata sottratta”. L’autore “de-costruisce se stesso rigenerandosi in un io femminile con una forma intensa di empatia” e “propone una sorta di climax metamorfico: la figliolanza maschile si riscopre donna superando il dissidio attraverso l’amore. Ma cosa vuol dire questo passaggio? Secondo il filosofo Emanuele Severino, il dolore è l’impedimento alla volontà di modificare il mondo; il modo di essere della donna coincide con questo impedimento”. Un vetero freudiano doc bollerebbe il tentativo di Preziosi come un evidente complesso edipico non sanato, che porta l’autore a voler definitivamente immedesimarsi con l’elemento femminile per eccellenza rappresentato dalla Madre: dalla volontà di incesto (essere nella madre, dentro la madre) alla volontà di “essere” la Madre stessa. Ma la psicoanalisi è andata oltre Freud ed ha aperta una propria linea interpretativa, in certi casi, dichiaratamente femminista: ecco che Karen Horney (psichiatra e psicoanalista tedesca di origine olandese e norvegese che ha combattuto contro le tesi che sostenevano la natura masochista delle donne e la loro dipendenza dall’amore, dai soldi e dalla protezione maschile) vedrebbe nel tentativo di Preziosi una maschile e figliale invidia dell’utero in quanto capace di dare la vita.

Anche Luce Irigaray, filosofa, psicoanalista, linguista e accademica femminista belga ribalta la versione maschilista di derivazione freudiana introducendo il concetto di “speculum” (contrapposto allo “specchio” introdotto da Lacan). L’ordine simbolico istituito dal Padre e dalla sua Legge (fatta di parole) si contrappone alle immagini (rinviate dallo specchio, primo elemento di separazione del bambino dalla madre e dagli altri esseri) e definisce la superiorità del ruolo maschile su quello femminile.  In tale ordine simbolico (nel linguaggio della legge del padre) la donna funge daspecchio per il maschio il quale guardando la donna nella sua condizione di inferiorità, vede se stesso nella sua condizione di superiorità e quindi come il contrario di sé: un buco, un’assenza, una mancanza.

Fuori dai margini d’un rigo “a linea del non adattamento”  “Vorrei essere donna lasciami entrare” (Variazione Madre).

Secondo Irigaray, se invece dello specchio si usa lo speculum, si vedrà che quello che per l’uomo era il vuoto o il nulla da riempire, è invece un luogo con una sua realtà e una sessualità ricca e molteplice (che al confronto fa apparire modesta quella maschile). Quindi l’impostazione freudiana e lacaniana sarebbe un discorso fallocentrico: il fal-logo-centrismo è l’atteggiamento del punto di vista maschile che pone  al centro se stesso, il proprio genitale, il proprio discorso-parola.

“Decidesti, che era il tempo per cambiare” (Variazione Madre).

Federico Preziosi

Preziosi in Variazione madre fa ricorso a figure femminili del mito greco e della Bibbia (Creusa e Sara) in un percorso d’amore al femminile (“Lavinia , fare all’amore è un destino”, Creusa) per raccontarsi nello strazio della sofferenza creativa e nella sensualità del piacere. C’è piacere e c’è dolore (ma Tiresia, poi accecato per questo da Era, avendo provato entrambe le incarnazioni sessuali, rispose a Zeus e a sua moglie che la donna prova le nove parti di cui si compone il piacere, l’uomo una sola), orgasmo e sala parto, un dolore da cui origina il mondo (gelosia-invidia della creazione). Il femminile è condotto alla maternità. Variazione che rima con vocazione, ad essere madre, a generare il mondo senza volontà. Rime, figure foniche, allitterazioni paronomasie fonosimbolismi in un ossimoro continuo tra espressionismo lessicale e semantico  e melodia timbrica.  Il corpo parla la donna, è mantra fuggente e non è soggetto al tempo  (non si bagna nel fiume del divenire, è severinianamente Aion). Cerimonia della procreazione e della fertilità (“La camera è il dolore:/ la disambiguazione del corpo”, La camera)

Vi è nella silloge una grande ricerca fonosimbolica, una tessitura di un raffinato tappeto fonico, un logo parola che si fa canto e disincanto, foné. La parola è suono, primariamente, lo scavo nel femminile: la restituzione del suo sesso, può avvenire, nell’autore maschio, solo nel fonema creativo, vero parto dell’esperimento di torsione liquida fra i generi: “non sovvengono parole/ senza suono, la risposta si è contratta nella voglia […] è il momento del tremore che mi scuote queste ossa”), “Mi tappavi la bocca e restava di dentro/ la voce che ancora trattengo”, “E vibrava di tutto il pianto e il dolore/ vibrava la sfinge che il lato dimora…/ed io di pancia la contrazione/ un mantice il corpo il frastuono/ un’aria che saliva alla gola// ed io morivo/ morivo di gioia”.

La parola maschile esprime un’assenza del corpo autentico (“Volevo in parole la liberazione corporea”), del corpo che genera vita, l’urlo del non generante respiri vivi: è forma di resistenza “ai luoghi di cui” il poeta si sente “orfano”, “i luoghi in cui sarei stata compagna e madre/ in cui lo spirito di un tempo resta sempre invaghito/ al tuo cospetto, così perso che ancora invoca il mio nome”. Il Figlio nasce dalla vocazione materna (ab utero vocavit me), che lo nomina e portandolo all’essere lo espunge dalla liquidità amniotica, prima forma di vita, pre-linguistica e fisica: “non sapevo nulla di un suono, di un mantice trachea:/ godevo di un vagito doloroso quando/ mi piantò le sue radici in corpo”.  Liquidità amniotica che ritorna costante nel campo semantico dell’umidità vitale fecondante, sofferente, languida: “libide vie”, “la lingua distratta sul languido stare”, “lampi i minuti sugli umidi lumi”, “un gocciolare lieve”, “il volo d’umido sull’apertura”, “Ho dentro un mare nel silenzio che mi parla… ma non posso mai tradire il sale”.

Baudelaire, ne L’uomo e il mare, scrive: “Uomo libero, amerai sempre il mare!/
Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima/ nel volgersi infinito delle sue onde,
e il tuo spirito non è un abisso meno amaro./ Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine;[…]/ Siete entrambi tenebrosi e discreti:/ uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,/ o mare, nulla conosce le tue intime ricchezze”. Ed Emily Dickinson ricordava che «L’acqua, si impara dalla sete”. Memore, forse, del Gorgia platonico in cui Socrate sostiene che il piacere che si prova nel bere deriva dal dolore della sete. L’essenza del desiderio risiede nella mancanza, in un vuoto. E in Socrate, il desiderio-eros è un daimon-demone che rinvia a un dio. Daimon come voce dell’inconscio: un altro importante psicanalista contemporaneo, il cileno  Matte Blanco, sostiene che l’utero è infinitamente potente, ma non tanto come indicava la prima citata Horney  in quanto è in grado di creare la vita, bensì come qualcosa di estremamente   primordiale nella sua funzione simbolica di unità totalizzante, di cui gli uomini, ma anche le donne, hanno invidia (“Quanto lieve l’atroce/ sentirsi perdutamente in divenire”) poiché è invidia dello stato uterino (esperito dal bambino) e non dell’utero in sé, arrivando alla conclusione che ciò che castra è un utero, richiamando il Principio di Realtà che castra l’onnipotenza del Principio del Piacere: “un grembo ricolmo come quando s’accompagna/ con la vita che qualcuno ha inflitto, la mia  vita/ che qualcuno ha scelto, ed io, soltanto io, mi sento”.

L’angoscia di castrazione  (sia nei maschi che nelle femmine) si configura così per Blanco come l’esperienza che nasce dalla paura di perdere   capacità creativa e dividente (pensiero, intelletto) del Maschile, sotto la minaccia del fantasma della devitalizzazione che coincide col dominio incontrastato del Femminile (totipotente uterino).  L’angoscia di castrazione viene così a trasformarsi in angoscia dell’utero (La beata mia mancanza finalmente era tornata/ dentro un male che a sentirlo pareva casa”, “sul corpo trafitto, il corpo materno”) , giacché il Maschile si è reso completamente   incapace di limitare il mondo inconoscibile e indistinto proprio del Femminile. Nel neonato (di entrambi i sessi) si svilupperebbe quindi  il desiderio di restaurare lo stato onnipotente prenatale, messo in discussione fin dalla nascita a causa del mondo esterno, usando gli strumenti della realtà limitante del pensiero (sviluppo di un pene mentale quale mezzo di contatto con la realtà del mondo esterno). Per Blanco il Principio di simmetria è alla base del nostro inconscio (infinito), che non sarebbe freudianamente l’insieme dei contenuti rimossi dalla coscienza bensì una struttura della psiche priva di spazio e tempo e del principio di non contraddizione, che seguirebbe una logica simmetrica (e non asimmetrica-aristotelica come quella del conscio): “il sistema inconscio tratta le relazioni asimmetriche come se fossero simmetriche”. Queste ultime sono identiche al loro inverso (es. Federico è amico di Giuseppe -> Giuseppe è amico di Federico), mentre le prime (asimmetriche) non lo sono (es. Paola è madre di Luca -> Luca è figlio (e non madre) di Paola). Il nostro poeta, Preziosi, in Variazione madre, applicherebbe quindi, nella sua Variazione un’inconscia torsione simmetrica, fino a diventare (nel limite estremo) madre della madre (l’eco è ovviamente della dantesca preghiera alla Madonna di S. Bernardo: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio,/ tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura”.) Diventare donna, diventare madre, dunque: donna “succube”, “devastata”, “lurida”, “sporca”, “profana” ma anche donna “sacra”: anche Dio non può che nascere da madre: “La mia resa sollevò nel tempio un cantico nell’ovario”.

Variazione madre è dunque un canto, musicalmente ricercato, semanticamente e sintatticamente complesso, dispiegamento di un inconscio liquido, infinito,   sconosciuto, che lascia qualche sedime-detrito di senso nelle coste della coscienza alternandolo all’erosione (da parte del mare inconscio) della coscienza stessa.