Dante nella pittura di Dante  Gabriel Rossetti: un dialogo d’infinito amore. A cura di Elisabetta Sancino

 

La fama di Dante Alighieri in Inghilterra comincia già dal Trecento con Chaucer e prosegue, seppur con alcune interruzioni, nei secoli successivi: basti pensare al Paradiso Perduto di Milton, alle illustrazioni della Divina Commedia di Blake e Fuseli a Browning, Tennyson, Rossetti,  Pound, Eliot, solo per citare alcuni degli artisti che si sono ispirati, ciascuno in modo diverso e personale, all’opera del sommo poeta. Per quanto riguarda la pittura, celebri sono rimaste le illustrazioni della Divina Commedia di Blake e Fuseli e tutto il corpus di disegni, quadri e scritti dedicati a Dante da Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), sul quale concentreremo la nostra attenzione.

“Un uomo del Sud, sensuale, indolente, riccamente versatile, esiliato nella vita costretta, affannosa, limitativa, di una città del Nord; un mistico senza credo, un cattolico senza la disciplina e la consolazione della Chiesa, una vita fra rocce e alti sentieri e, come il sottobosco di una collina meridionale, scura aromatica impenetrabile”: così lo scrittore Eveline Waugh definisce questo pittore e poeta affascinante e tormentato,  il cui nome di battesimo era Gabriel Charles Dante Rossetti ma che dal 1860 si farà sempre chiamare Dante Gabriel o semplicemente Dante, proprio in omaggio al poeta italiano.

Il nome di Rossetti è  profondamente legato a quello dei pittori Preraffaelliti, la confraternita fondata a Londra da lui e da altri sei giovani artisti nel 1848 con l’obiettivo principale di dar vita ad una nuova forma di pittura che non avesse più come punto di riferimento il Rinascimento ma l’arte medievale, libera, autentica e priva di ogni affettazione accademica, simile a quella praticata prima dell’avvento di Raffaello.

Personalità fondamentale nello sviluppo del simbolismo, sia letterario che artistico, Rossetti sarà sempre diviso fra pittura e poesia. E’ in particolare nella scrittura che Rossetti mostra in modo inequivocabile la sua italianità, prediligendo un vocabolario arcaico, ricco di latinismi e provenzalismi e una forma metrica in linea con la ricercatezza formale di Dante e degli altri scrittori italiani del Trecento. Pur non visitando mai l’Italia, Rossetti immagina di poter far rivivere, in parole e pittura, l’atmosfera della Firenze medievale, dove la cerchia di Cavalcanti, Dante, Guinizzelli e di altri amici poeti fecero dell’amore la ragione primaria del loro canto. Un sogno che prova a realizzare con gli altri membri della Confraternita dei quali è senza dubbio il leader carismatico e la figura più complessa e affascinante.

Il padre di Rossetti, Gabriele, era un poeta abruzzese costretto all’esilio prima a Malta poi in Inghilterra per aver sostenuto i moti napoletani del 1821. A Londra Gabriele Rossetti diventa  professore di letteratura italiana presso il King’s College, nonché stimato critico letterario, autore in particolare del Commento Analitico alla Divina Commedia (dell’opera, incompiuta, vennero pubblicati i volumi dedicati al Purgatorio). Tutti i suoi figli, nati dal matrimonio con Frances Polidori (anche lei figlia di un esule italiano) si distingueranno nelle arti e nella letteratura, in particolare Dante Gabriel, che non solo parla fluentemente l’italiano ma che nel 1848 si dedica con passione alla traduzione della Vita Nova, il cui titolo viene per la prima volta reso in inglese come “The New Life”  anziché “The Early Life”, perché Rossetti riteneva che l’aggettivo “early” predisponesse lettori e critici anglosassoni ad accostarsi all’opera come se fosse semplicemente un testo giovanile, quindi qualitativamente inferiore alla Divina Commedia. Per Rossetti, invece, la Vita Nova è un’opera fondamentale, proprio per via della sua appartenenza ad una fase della vita di Dante ancora piena di innocenza e pronta ad essere rinnovata dall’amore, come si legge nel sonetto intitolato “On The Vita Nova of Dante”. 

Sempre la Vita Nova ispira a Rossetti un testo in  prosa, pubblicato nel 1850 sulla rivista The Germ e intitolato Hand and Soul, nel quale numerosi sono i riferimenti al prosimetro dantesco, dall’incontro del protagonista Chiaro dell’Erma con una donna mistica, avvenuto quando entrambi avevano 9 anni, sino ad arrivare alla visione di una donna vestita di verde e di grigio che però, a differenza di quanto accade negli scritti di Dante, in Rossetti non è simbolo della teologia ma dell’arte, nonché espressione dell’anima dell’artista.

Nei suoi scritti, Rossetti sottolinea più volte le molteplici somiglianze tra se stesso e il poeta fiorentino: a partire dalla condizione di esule di suo padre, all’amore per la giovane Elizabeth Siddal, che lui paragona  a Beatrice. Come scrive nel sonetto Dantis Tenebrae, dedicato al padre,

Non sapevi tu forse quando al fonte
insieme al tuo il suo nome mi desti
che anche su tuo figlio Beatrice
avrebbe, come suole, volto lo sguardo?

Ritratto di Elizabeth Siddal (1854). Grafite e acquerello su carta, Delaware Art Museum, Wilmington

Elizabeth (che Rossetti chiama affettuosamente “Lizzie” o “Dove”, colomba) lavora come modista in un negozio di Cranbourne Street, a pochi passi da Leicester Square, quando viene notata da un pittore della confraternita, Walter Howell Deverell, divenendo poi la musa ispiratrice anche di altri artisti prima di posare esclusivamente per Rossetti. E’ molto più alta e sottile delle donne dell’epoca, ha un collo magnifico e una lunghissima chioma rossa e lucente che colpisce a tal punto Rossetti da volerla dipingere anche nei quadri in cui compaiono i volti di altre modelle.  Il loro incontro avviene nel 1850 e da quel momento numerosi sono i disegni e i quadri danteschi che la vedono ritratta nei panni di Beatrice: Rossetti rappresenta Lizzie con un volto celestiale, avvolto da un velo di ascetismo che la rende inafferrabile a qualsiasi sguardo o approccio umano.

Infatti, se nella Vita Nova l’incontro con Beatrice si configura come il punto di svolta della maturazione umana e poetica di Dante, la cui vita è da quel momento “rinnovata dall’amore”, allo stesso modo Rossetti identifica il suo incontro con Elizabeth come un evento prodigioso, che lo trasformerà per sempre da un punto di vista personale e artistico. E non a caso dedicherà proprio a Elizabeth la traduzione della Vita Nova, pubblicata nel 1861 e ancora oggi considerata una delle migliori versioni in inglese dell’opera di Dante. L’ artista aveva pensato di realizzare una serie di illustrazioni per corredare il suo lavoro e, benché non riesca a portare termine il progetto, trarrà da questi disegni alcuni quadri che avranno molto successo. Importante segno dell’ampia circolazione e fortuna di questa rivisitazione della Vita Nova in chiave preraffaellita è la pubblicazione di un’elegante edizione dell’opera dantesca con illustrazioni tratte dai quadri di Rossetti e pubblicata da Roux e Viarengo nel 1902.

Tra i dipinti, particolarmente interessanti sono gli acquerelli intitolati “Beatrice che incontra Dante ad un matrimonio e gli nega il saluto” (1852), “Il Primo anniversario della morte di Beatrice” (1853) e “Il sogno di Dante alla morte di Beatrice” (1856). Pur rispettando quasi sempre il testo dantesco, tutti questi dipinti mostrano la volontà di rappresentare in modo storicamente preciso gli avvenimenti, curando non solo l’aspetto dei personaggi (Rossetti aveva letto diversi trattati sulla moda italiana del Trecento) ma anche gli ambienti, che vengono arricchiti da arredi, oggetti ed elementi architettonici non  necessariamente menzionati da Dante: la cura quasi maniacale del dettaglio è del resto una delle caratteristiche principali dello stile di Rossetti e della sua cerchia.

Beatrice incontra Dante a una festa nuziale e gli nega il saluto (1855). Acquerello su carta. Ashmolean Museum, Oxford

Per la figura di Beatrice rappresentata in questi quadri Rossetti sceglie sempre come modella Elizabeth, che lui vede, al pari dei poeti stilnovisti, come una creatura più divina che terrestre e, nel contempo, come espediente creativo, specchio del proprio animo visionario e tormentato. Non stupisce, quindi, che uno dei temi danteschi più ricorrenti nelle illustrazioni di Rossetti sia proprio quello della visione legato alla morte. Si pensi, a questo proposito, all’acquerello raffigurante “Il Sogno di Dante alla morte di Beatrice”, un’opera dal cromatismo intenso, che presenta molte affinità con gli smalti medievali e i codici miniati.  Sono altresì evidenti i riferimenti al San Girolamo nello studio di Antonello da Messina (per la presenza della cornice interna) e al frontespizio dei Songs of Experience di William Blake, artista che a sua volta realizza alcune tra le più stupefacenti e originali illustrazioni della Divina Commedia fatte in Inghilterra.

L’opera  fa riferimento ai versi 63-70 della canzone “Donna pietosa e di novella etate” (XXXIII, 17-28):

Allor diceva Amor: più nol ti celo

vieni a veder nostra donna che giace.

Lo immaginar fallace

mi condusse a veder madonna morta;

e quand’io l’avea scorta,

vedea che donne la covrian d’un velo;

ed avea seco umiltà verace,

che parea che dicesse: Io sono in pace.

Nel dipinto Rossetti introduce alcuni elementi simbolici che torneranno anche in altre composizioni: si vedano ad esempio i papaveri rossi  sparsi sul pavimento, il cui vivace colore richiama la passione e al tempo stesso il sangue e, quindi, la morte. Un significato ambivalente che incarna perfettamente l’essenza della poetica di Rossetti, dominata dalla presenza di eros e thanatos. Altro simbolo che tornerà in altre opere è la scala visibile a destra e che conduce al piano superiore, a rappresentare l’ascesa dell’anima di Beatrice-Lizzie al cielo.

Il sogno di Dante alla morte di Beatrice (1856). Acquerello su carta, Tate Gallery, Londra.

Ricordiamo infatti che nella Vita Nova la donna amata da Dante diventa qualcosa di più della semplice donna-angelo già cantata dagli Stilnovisti, arrivando ad assumere significati cristologici che nella Divina Commedia la vedranno rivelazione incarnata e maestra di verità, tramite attraverso il quale l’umanità può giungere al Paradiso e alla contemplazione divina. Seppur in modo diverso, tale ruolo è rivestito anche da Elizabeth: Rossetti ha una vita amorosa vivace ma, di tutte le donne che lo accompagnano, solo lei  rappresenta per lui qualcosa che va oltre l’amore sensuale e lo avvicina a una dimensione più alta.

I numerosissimi disegni che la ritraggono ci mostrano una sublimazione e un’idealizzazione della donna amata, trasformata in un’immagine spirituale che Rossetti ossessivamente ripete fino a trasformarla in una figura rarefatta e fortemente simbolica. E’ quanto nota la sorella di lui, Christina (a sua volta celebre poetessa) che nella sua poesia intitolata “Nello studio dell’artista” così descrive l’immagine di Elizabeth presente in molteplici disegni che ricoprono tutte le pareti del suo atelier a Chatham Place, sulla riva del Tamigi:

Si nutre l’artista del suo viso notte e giorno
e lei con occhi gentili e sinceri lo ricambia
bella come la luna e come la luce lieta:
dall’attesa non fiaccata né incupita dalla pena
non come ella è, ma com’ella era quando la speranza luminosa splendeva
non come ella è, ma come  appaga i suoi sogni

L’ unica, insolita, rappresentazione di Lizzie come donna posseduta da un amore terreno e carnale si ritrova nell’acquerello del 1855 dedicato a Paolo e Francesca, nel quale Rossetti interpreta il testo dantesco all’interno di un’opera tripartita ispirata ai trittici fiamminghi quattrocenteschi: qui la donna angelicata scompare per lasciar posto alla celebrazione dell’amore passionale e fisico dei due amanti, rappresentati nei due momenti estremi della loro vicenda umana e infernale, sotto gli occhi di Virgilio e Dante che si tengono per mano nello spazio centrale, fondendo insieme struttura morale e struttura narrativa. Una lettura non frequente nelle opere d’arte di altri autori, dove i due personaggi si scambiano un bacio casto: secondo il critico John Ruskin, l’interpretazione di Rossetti e l’unica che mostri una piena comprensione del testo dantesco.

Paolo e Francesca da Rimini (1855). Acquerello su carta, Tate Gallery, Londra.

Nei  burrascosi anni trascorsi insieme, Rossetti è profondamente consapevole del profondo malessere che attraversa l’anima di Lizzie, minandone la stabilità mentale e portandola ad avere gravi disturbi alimentari e psichici, entrambi curati con un dosi sempre più massicce di laudano. La malattia e la morte aleggiano sempre intorno a questa coppia di innamorati, inducendo Rossetti a identificare in questa condizione dolorosa un’ulteriore somiglianza con la storia d’amore tra Dante e Beatrice. Non dimentichiamo, inoltre, che Beatrice muore di parto a 25 anni e Lizzie si suicida prendendo una dose massiccia di laudano nel 1861, a soli 32 anni, qualche tempo dopo aver partorito una figlia morta.

Nel quadro intitolato “Come incontrarono se stessi”, terminato dopo una lunga gestazione  durante la luna di miele con Lizzie, Rossetti rappresenta una coppia di innamorati che incontra il proprio doppio, un uomo e una donna circonfusi di luce e vestiti in abiti medievali: la donna non regge alla vista e sviene mentre il suo compagno estrae la spada, allarmato. Si tratta del tema del doppelgänger, che è spesso associato alla morte imminente.  Alcuni studiosi hanno interpretato il quadro come l’incontro immaginario tra Dante Gabriel, Elizabeth, Dante e Beatrice, sia per il riferimento alla selva oscura che alla prematura morte delle due donne.

Come incontrarono se stessi (1854). Acquerello su carta, Fitzwilliam Museum, Cambridge

Forse per espiare il senso di colpa causato dalle tensioni e dai tradimenti di cui Lizzie era stata più volte vittima, Dante Gabriel decide di seppellire  il taccuino con le proprie poesie ancora inedite nella bara in cui viene deposto il corpo di Elizabeth, proprio sotto a quei capelli rossi che lo avevano ammaliato. Negli anni successivi, mentre le sue condizioni psichiche peggiorano costantemente e lui comincia a fare abuso di cloralio, Rossetti rilegge con passione gli scritti di Dante, dedicandosi nel contempo a ritrarre incessantemente il volto di Elizabeth-Beatrice e arrivando a realizzare quello che in molti considerano il suo capolavoro: la “Beata Beatrix” , il cui titolo è una citazione esplicita tratta dalla Vita Nuova, dove il sintagma “Beatrice beata” fa la sua comparsa  al capitolo 19 “quando lo segnore de la giustizia chiamoe questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata”.

Beata Beatrix (1864-70). Olio su tela, Tate Gallery, Londra.

Il quadro viene iniziato prima della morte di Lizzie per essere ripreso solo nel 1864 e terminato nel 1870: Rossetti spiega che non va inteso come  la rappresentazione della morte di Beatrice (del resto non narrata, se non in forma di visione, neppure nell’opera di Dante) bensì come “un’idealizzazione del soggetto, simboleggiata da uno stato di trance o da un’improvvisa trasfigurazione spirituale”.

Seguendo l’esempio di Dante, Rossetti trasforma la defunta moglie Elizabeth, in una bellezza beatificata e senza tempo, attribuendo alla meditazione sulla sua memoria una valenza salvifica, in grado di riscattarlo dai tanti errori commessi.

Caratterizzata da un’atmosfera onirica abbastanza insolita per Rossetti, l’opera rappresenta Beatrice-Lizzie dall’incarnato livido e dall’inconfondibile chioma rossa circonfusa da un’aureola di luce, rapita in una visione estatica che contempla ad occhi chiusi. Anche le labbra semiaperte e le mani languidamente posate in grembo contribuiscono a suggerire l’idea di un abbandono totale alla visione: dettagli che si possono accostare a quelli di un notevole disegno realizzato per l’opera “Il ritorno di Tibullo a Delia”. 

Studio per Delia (1860-62). Grafite su carta, Fitzwilliam Museum, Cambridge.

Alcuni critici ritengono che Rossetti abbia conferito a  Beatrice una sensualità e una carica erotica del tutto assenti in Dante ma compatibili con una rilettura del testo dantesco in chiave simbolista. Ricordiamo inoltre che Rossetti conosceva le opere del filosofo svedese Emanuel Swedenborg, che in uno dei suoi scritti sostiene come l’amore fra i sessi sia un’esperienza religiosa, in grado di avvicinare l’anima a Dio: l’estasi erotica e l’amore terreno sono per lui preludio alla Rivelazione.

Tornando al dipinto, possiamo osservare in primissimo  piano, a destra, la presenza di una colomba aureolata (simbolo dello Spirito Santo nonché allusione all’affettuoso soprannome con cui Rossetti chiamava Lizzie), reca nel becco un papavero bianco, fiore legato al sonno e alla morte (ricordiamo che dai suoi semi si otteneva il laudano, la droga che uccise Lizzie).

In posizione leggermente più arretrata, sulla destra, vi è una meridiana ferma sulle nove, l’ora della morte di Beatrice ma anche un riferimento all’età del primo incontro con Dante. Non dimentichiamo inoltre che il 9 è multiplo di 3, numero perfetto e simbolo della Trinità nonché riferimento allo schema metrico delle terzine dei canti della Divina Commedia. L’aspetto numerologico, del resto, è molto rilevante sia nei testi critici anglosassoni sia nella pittura di Rossetti, come si evince dalla ripetizione quasi ossessiva della meridiana in vari disegni e dipinti o nella cornice.

Beatrice è appoggiata alla balaustra di un balcone oltre il quale si distinguono due figure: sulla destra vi è  Dante intento a fissare, sul lato opposto del quadro, la figura di Amore vestito di rosso. Il rosso, presente insolitamente anche nel colore della colomba divina, sta ad indicare intensità spirituale non disgiunta da passione terrena.

Sullo sfondo si vedono alcune case, un pozzo e un ponte: la città è forse identificabile con Firenze, data la presenza del Ponte Vecchio. Altri studiosi, invece, ritengono si tratti del Battersea Bridge sul Tamigi, a Londra: il ponte che collegava le due sponde del fiume dove si trovavano le case di Rossetti e Lizzie prima che andassero a vivere insieme.

Rossetti non avrà mai pace dopo la morte di Lizzie, tanto da ricorrere anche allo spiritismo pur di rivederla e, con un gesto estremo, arriva a farla disseppellire per recuperare l’unica copia delle poesie che aveva sepolto insieme a lei. Si dice che, aprendo la bara, il corpo di Lizzie sia apparso ai presenti  incorrotto e incorniciato da quei capelli che Rossetti tanto amava e che avevano continuato a crescere anche dopo la morte. Benché molti abbiano messo in dubbio la veridicità di questa descrizione, non si può fare a meno di notare il desiderio, anche da parte degli amici di Rossetti, di eternare l’immagine di Lizzie accostandola a quella di tanti santi, anch’essi miracolosamente conservatisi in perfette condizioni dopo la morte. Un processo di santificazione che ci fa pensare, nuovamente, a Beatrice.

Figura angelicata e femme fatale, santa incorruttibile ma anche corpo d’amore che Rossetti spera di stringere per l’eternità, come accade ai due amanti Paolo e Francesca:  in questa complessa rappresentazione pittorica, poetica e mentale della donna amata risiede una delle chiavi per comprendere l’approccio di Rossetti a Dante. Si tratta, evidentemente, di  una lettura molto soggettiva e per certi versi divergente rispetto alle linee predominanti nella secolare esegesi dantesca, ma che lascerà un’impronta fondamentale sulle successive trasposizioni pittoriche del grande poeta italiano in ambito internazionale.

 

Per conoscere più da vicino l’opera di Dante nella pittura di Rossetti, vi invito a guardare i video della serie “Dante in Art”: due Pillole d’Arte e Poesia che ho realizzato in collaborazione con la Biblioteca Civica di Inzago. I link rimandano alla pagina Facebook della biblioteca: si tratta di una pagina pubblica, non occorre quindi l’iscrizione a Facebook per accedervi e al canale youtube della biblioteca.

Rossetti e il suo Dante in amore: un viaggio in pittura e poesia

 

 
Beatrice, Francesca e Pia: i tre volti dell’amore