Claudio Tugnoli, Il confine invisibile (Edizioni del Faro, 2019), recensione di Massimo Parolini

      

“Il confine è il risultato della distinzione di due entità inseparabili”. Inizia con questa frase il saggio articolato (“Saggio sul confine”, una cinquantina di pagine) che si pone come scrittura distinta ma inseparabile dai cento tanka poetici ne Il confine invisibile (Edizioni del Faro, pg. 122, 2019, € 13,00) di Claudio Tugnoli. Nell’Introduzione, lo stesso autore, ci ricorda che “Il confine è invisibile agli occhi della ragione”che è un semplice artificio, tuttavia necessario, una “distinzione al servizio della separazione”. Ma distinguere indica una differenza, portatrice di separazione e polemos. “La pace è distinzione senza separazione, riconoscimento dell’interdipendenza di ogni cosa di questo mondo”. I confini sono dunque posti dall’uomo, dal soggetto che ha il dominio, il potere di imporli, conferendo dei limiti spesso arbitrari e quindi mobili, revisibili, modificabili perché instabili e convenzionali. Ma a tale convenzione dei limiti confinari il soggetto ha dato un sostrato ontologico, un’oggettività, un’origine divina. E la storia dei popoli è storia di norme e cippi confinari e dello sviluppo dello spirito umano (come ricordava Hegel) verso la liberazione da tali limiti, progresso della libertà ma anche dell’anarchia, che non rispetta più neanche il concetto kantiano di libertà del soggetto (limitata dal confine della libertà dell’altro soggetto e dall’irriducibilità dell’oggetto in sé alla ragione stessa). Tempo, spazio, vita, natura: tutto viene delimitato da confini (che però continuamente vengono superati) per uscire dal tutto indistinto e caotico. “Pensare il confine significa distinguere senza separare”. Il confine per Tugnoli è “invisibile e impensabile, ma più reale e coercitivo di un’allucinazione collettiva”, come dimostra la lunga tradizione arcaica del capro espiatorio. L’invisibilità è data dalla continuità che il confine ha la pretesa di dividere, dalla sua impensabilità poiché nel divenire, l’Occidente, come ha insegnato nella sua logica e teoretica Emanuele Severino, ha pensato gli enti provenienti e ritornanti dal/nel niente, marcando un confine con l’essere, per legittimare tale separazione negando la continuità (eterna) dell’essere stesso. Il confine ontologico (e fisiologico) è dunque invisibile perché, come la contraddizione logica, è impensabile. Ma tale invisibilità e impensabilità, tale contraddizione nella follia occidentale nichilista che fa coincidere l’ente col niente, si scontra con la Wille zur Macht (volontà di potenza) nietzschiana che impone con la forza il confine contro l’altro, il nemico, l’ignoto, lo straniero, trasformando la distinzione in separazione e conflitto. Perché ogni separazione senza distinzione è arbitraria e impone con la forza la giustificazione di una distinzione che è conseguenza e non preesistenza dell’azione separante stessa (come nel caso del razzismo).

La proprietà privata, come ci ricorda Rousseau nel suo Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini (ripreso poi, per l’Inghilterra, dalle analisi de Il Capitale di Marx), nasce quando con la forza, vengono recintati, posti dei limiti confinari, su terre di proprietà collettiva, usi civici, terre senza soluzione di continuità, storicamente non frazionate. E con la forza e le armi (e poi con le leggi a difesa di tale proprietà frutto di sopruso) quei confini vennero difesi. Madre di tutto: l’avidità della lupa dantesca (già tematizzata da Ovidio e dallo stesso Virgilio). La nascita di una città, come possiamo ricordare nella fondazione di Roma, iniziava dal vomere dell’aratro che segnava col solco il limite-perimetro tra centro urbano e contado. Il confine è dunque convenzionale, contrattuale, mutevole, esclusivo ed escludente, non misurabile realmente perché spazio e tempo sono immensurabili in quanto continui, ed è posto artificialmente da un soggetto che, come ci ricorda Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus, è il limite del mondo (ma non vi appartiene). Una artificialità (frutto di frode e/o violenza e volontà di dominio) che si fa convenzione (nell’accettazione di tale potere da parte degli altri) facendo sì che la separazione diventi fondamento (invisibile) della distinzione (visibile). Ma sul piano logico ed ontologico si dimostra (da Eraclito ad Hegel) che “ogni cosa è il suo opposto” (nel rapporto dialettico della coincidenza degli opposti). Una dialettica che pertiene alla ragione, non all’intelletto che invece per distinguere deve convincersi di fondare tale distinzione su una ontologica-reale separazione. E la vita, ci ricorda Tugnoli, è un flusso dove nuota la ragione “che non sa nulla di confini, separazioni e distinzioni” (a differenza della percezione sensoriale e dell’intelletto che nel limite trovano la propria difesa e sicurezza rispetto all’altro-oltre). È la filosofia a dimostrare l’inconsistenza ontologica di tale separazione e quindi a legittimare l’attraversamento di ciò che è separato artificialmente. Perché, come ci ricorda Leibniz, la natura non fa salti, per cui in natura possiamo trovare distinzioni (i due lati della Marmolada, veneta e trentina) ma non separazioni (create a posteriori dall’uomo). E la continuità della natura viene, a questo punto, occultata dal soggetto prevaricante (avidità, ideologia, volontà di potenza…). Ogni confine, quindi, non riesce realmente ad escludere l’alterità (concepita come il male, il nemico, ciò che crea insicurezza). Il discorso, continua Tugnoli, vale in campo fisico-territoriale, così come sul piano psicologico e relazionale (rapporto Io-Tu, dove la paura dell’indifferenziato crea la distinzione che pre-tende a farsi separazione ontologica etnico-razziale, portando ad affermarsi tramite la negazione dell’altro). E così anche sul piano della logica (dove spesso la distinzione presuppone un’unione e viceversa): il confine “incarna gli aristotelici principi di non contraddizione, identità, terzo escluso”, rimanda alla “categorizzazione dell’esistente secondo il criterio di incompatibilità o esclusività”. L’identità, dunque, sia sul piano fisico che su quello logico, si fonda in opposizione “a ciò che è al di là del limite e al non, alla negazione”: dialetticamente, tuttavia, nel momento stesso in cui vuole separarli, dimostra la loro indivisibilità, ergendo a separazione ciò che ontologicamente e logicamente si dimostra essere solo una distinzione.  Ma allora, si chiede Tugnoli, se il confine è solo una convenzione priva di fondamento a che-a chi serve? Il limite, nelle attività umane “è un varco aperto alla disumanizzazione”. Senza misura “non ci sarebbe la vita”. Così come nell’aumento demografico che “dovrà per forza trovare un limite, che forse un giorno potrebbe essere imposto brutalmente dalla natura stessa”. La necessità di un limite rimanda alla ricerca della perfezione: nella filosofia antica vincente, quella aristotelica in primis, l’universo “deve” essere limitato-finito perché altrimenti, anche sul piano gnoseologico, sarebbero inconoscibili le sue cause prime e sarebbe “difettoso”. Quindi, come ricorda anche Remo Bodei nel saggio citato da Tugnoli (Limite, Il Mulino, 2016), nella visione tradizionale “La perfezione di ogni cosa consiste nel suo avere un limite” (malgrado qualche eccezione, come il filosofo Archita, che propendeva per l’infinità del cosmo). La storia dell’Occidente racconta proprio, come accennavamo sopra, l’irruente tentativo degli uomini di spostare indefinitamente tale limite e della volontà di cancellarlo. Ma, ricorda acutamente Tugnoli, anche questa è un’illusione, poiché il vero limite è “il soggetto”: colui che lo sposta è colui che occupa un territorio che prima considerava altro-altrui (sul piano fisico, ontologico, logico). L’io occupa una parte dello spazio (terra, pensieri, emozioni…) che prima considerava altro da sé, spesso territorio nemico, pericoloso, non conosciuto, non conoscibile. Perché, come ci ricorda il diciassettenne Rimbaud nella Lettera del veggente, se il fine dell’uomo-poeta è la delfica-socratica conoscenza di sé (che poi deve coltivare),  egli deve, nella sua marcia verso il Progresso, farsi veggente “mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi” che lo porti a esplorare l’ignoto, calpestando i propri provvisori confini, facendo entrare nella propria anima ogni forma di alterità, diventando, in tale spostamento continuo del limite, “mostruoso” ( “il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente!”). E la Poesia non imiterà più l’azione, bensì la procederà, “le sarà davanti”. Il soggetto poetante che si fa veggente, dunque, per l’adolescente di Charleville, indaga l’invisibile e ascolta l’inaudito, abita il Linguaggio originario-universale (pre-babelico), l’Ursprache, è il vero ri-fondatore del linguaggio edenico universale, quello che supera ogni limite per dimostrare (avverte, ammonisce, fa vedere, indica un volere divino, il monstrum e lo incorpora nei confini dell’io, dilatandolo) l’unità, sconfinante, del tutto. Perché, tornando a Wittgenstein, “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. E quindi un linguaggio limitato è limitante, proprio perché confinato dagli-agli altri linguaggi. Ma (tornando a Rimbaud) questa “Enormità che diventa norma” (e quindi limite condiviso) “assorbita da tutti” che il poeta chiama “moltiplicatore di Progresso”, dopo l’azione del machete del poeta veggente che può portarlo alla follia e alla morte (“Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili”) apre, nell’oltrepassamento, la strada ad “altri orribili lavoratori”, i quali bonificheranno, dissoderanno, coltiveranno e porranno nuovi confini (provvisori). Per poi (anche senza poeti veggenti) continuare nell’operazione di disboscamento, nella nevrosi indomabile del “processo di abbattimento di ogni limite (di produzione, di profitto, di sfruttamento ecc.)” (come suggerisce Tugnoli) lasciando intravedere, in tale accelerazione della Tecnica globalizzante, il “trionfo della soggettività e l’esaltazione del desiderio” umani, nella volontà di superare ogni limite (materiale ed etico) “preparando la dissoluzione ormai imminente della nostra povera umanità”. Il folle volo dell’Ulisse dantesco del canto XXVI dell’Inferno (“fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza”), nell’andare oltre le colonne d’Ercole (il limite di ogni viaggio) pecca di hybris, tracotanza, supera il péras, limite, superando il metron, la misura. Ma Ulisse è come il folletto Rimbaud, è come lo sveviano scienziato che “nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli” (cfr. L’ultima catastrofe ne La coscienza di Zeno): a loro è dato essere pionieri (e anche martiri) nell’azione del divellere i limiti: poi arrivano gli eserciti, le squadre, le multinazionali, i consumatori finali. Spostando continuamente i confini nascono nell’umanità desideri di nuove terre da occupare e oltrepassare e, essendo come ricordava Kant, il globo terrestre limitato (partendo da un punto e procedendo nella stessa direzione, si ritornerà nello stesso punto) e non più esplorabile, dovremmo superare l’ostilità crescente verso lo straniero con “il diritto di visita” (ospitalità universale), pur nel rispetto delle sovranità territoriali. E invece vediamo ingenti quantitativi di risorse economiche impegnate nel superare le colonne d’Ercole dell’ormai piccolo globo terrestre in un volo cosmico che ci sta portando su altri pianeti del sistema solare (da studiare, colonizzare, sfruttare, abitare…). 

Claudio Tugnoli

Tale rischio di autodistruzione e annientamento, procede Tugnoli nel suo ragionamento, ci dona la consapevolezza dunque della necessità sul piano storico e antropologico del confine stesso che, pur convenzionale e mutevole e mai naturale, ha avuto ed ha la sua ragion d’essere: “Tracciare dei confini corrisponde a una necessità vitale, biologica, originaria di tutti gli esseri viventi”, per vivere in sicurezza in un luogo protetto, difendere la propria identità, il proprio corpo (sempre nella dialettica possibile, comunque, di separazione  e congiunzione): e i confini, per essere riconoscibili devono essere visibili (orografia, cippi confinari, incisioni sugli alberi terminali, recinzioni, palizzate, siepi, fossati, muri…). Il confine, conclude Tugnoli, è un luogo misterioso: divide e unisce, “distingue per confondere e confonde per distinguere”, è convenzione  che crea identità e alterità, violabile inviolabilità, permanenza instabile, norma e infrazione, comandamento e peccato, divieto e autorizzazione: tale ambiguità dialettica ci fa comprendere che il confine non può essere rimosso ma solo “rivisto e corretto”, riposizionato, adattato, comprendendo sia la sua relatività (e non assolutezza) sia la sua (relativa) necessità, nella consapevolezza che l’arte della misura, del limite, evita il primordiale caos soggettivistico, apre all’alterità proprio nella distinzione di sé, demarca per poter curare sé stessi e lo sguardo del prossimo, perché “Tra le due rive / il confine è vuoto, / un non pensato, / se vedi l’aldilà / mentre stai per saltare”.

Ricordiamo, prima di condividere alcuni Tanka presenti nella raccolta di Tugnoli, che il Tanka (chiamato anche waka, nato nel V se. a.C., ma ancora oggi diffuso, non solo in Giappone) è una “poesia breve” giapponese di 31 morae (l’unità di misura in giapponese della durata delle sillabe) formato da 5 versi di 5 e 7 morae così disposti: 5, 7, 5, 7, 7. Esso è diviso in due parti: i primi tre versi formano il kami no ku (strofa superiore), gli ultimi due lo shimo no ku (strofa inferiore); le due parti devono produrre un effetto contrastante. A partire soprattutto dal XVII secolo, i primi tre versi  iniziarono ad essere usati come una poesia a sé, dando così vita all’ haiku.

 

 

SULL’ACQUA

 

Questo tuo Io

come la luna in acqua

fragile specchio

si riflette nel mio,

tremulo riverbero.

 

La nostra vita

come una parola

mai detta prima,

frastuono concitato

d’umbratili parvenze.

 

 

La primavera

di morte rallentata

porta angoscia,

attesa della quieta

assetata di pace.

 

Sadico inganno

pietà retrospettiva

Illuminare

le ustioni sepolte,

i palpiti segreti.

 

Nel mio cuore

una mosca nel latte

lenta s’impaccia;

non serve che la tolga,

non vale lasciarvela.

 

Neppure l’ Io

è vivo qui e ora

se ben riflette.

Se stesso è già altro

quando l’Io lo pensa.

 

Prima e dopo

segmentano la vita

per metafora:

prima ch’io nascessi,

dopo che sarò morto.

 

Il vuoto nulla

non è lo stesso niente

di cui non si sa,

prima del nostro ingresso,

dopo la nostra morte,

 

 

 

INIZIO E FINE

 

Il mio passato

è presente nel sogno,

ma nella veglia

fuggiamo dal passato

e ciascuno dall’altro.

 

Ogni poema

ha inizio e fine:

serra un uomo

che viene alla luce

e finisce nell’ombra.

 

Immaginando

la tua pallida salma

dì a te stesso:

non io son quel morto,

io sono altro altrove.

 

Così vicina

giovinezza lontana

così lontana

giovinezza vicina,

secondo il momento.

 

 

ATTESE

 

Tra fiore e frutto

non sai qual sia corpo,

qual l’anima.

Fiore e frutto non sono

se mancano i rami.

 

Ultima neve

man mano si ritira

lascia i prati

tremanti di vergogna

così il tempo con me.

 

Non arretrare,

affronta la tempesta

che s’annuncia:

viene a portar via

la tua casa antica.

 

Metamorfosi

da bruco a farfalla

senza intervallo:

si scopre già farfalla,

un bruco con le ali.

 

Un aquilone

si fa largo nel vento

con la baldanza

dell’approdo sicuro

nella mano del bimbo.

 

Anima audace

vagheggia di fuggire,

disdegna il corpo

di cui teme la fine,

aggrappata alla fune.

 

 

Nessun confine

argina la passione,

come corrente

che montando s’abbatte

contro sacchi di sabbia.

 

Ogni istante

si dilata e dura

oltre se stesso,

inizia e finisce

poi riparte da zero.

 

Alba pallida

abisso che divide

tenebre e luce,

donde si generano

notte e giorno gemelli.