L’infinito (d)istante di Umberto Piersanti: recensione di Massimo Parolini a “Campi d’ostinato amore”

      

La poesia di Umberto Piersanti è un dialogo coerente e ostinato che egli intrattiene con la morsa della propria memoria. Le “Cesane immense” dell’infanzia sono, assieme ad altri protagonisti assoluti del suo versificare (i  monti Conserva,   Catria, Carpegna, la gola del  Furlo, il Fontanino dell’abbeverarsi, la Gran Pozza, il favagello, i greppi, il caprifoglio e la vegelia, la casa antica, l’Antico…) il perimetro e il solco tracciato dall’aratro fondativo. Tale spazio sacro è, montalianamente, la terra  “dove non annotta” e la presenza della volpe (congelata durante l’inverno ma poi sguinzagliata nella sua proverbiale libertà e rapacità) lo testimonia. A lei, nello spazio della memoria e del sogno, dove i volti sono fantasima evanescente che non si riesce a toccare con le mani, si accompagnano la serpe, sempre pronta a cambiar pelle, allegoria delle stesse metamorfosi del poeta, le lepri fuggitive, la faina, la salamandra, le cavallette, le greggi, qualche uccello, come l’averla o i fringuelli, rapaci come il falco,  la poiana e l’ aquila, i fiori (calendula, uva spina, pitosforo, elleboro, violaciocca, crochi), le piante (uva spina, lupino, corniolo, scotano, maruga-spina christi, ginepro odoroso, ginestra, il bosco dei castagni, i noci …) e le erbe, come quella dell’amnesia (“forse hai succhiato/ l’erba dal fiore giallo,/ quella che fa scordare/ il giorno e l’ora”, La radura) che consente al poeta maturo l’anamnesi, e  anche curative, contro i vermi intestinali (“c’era quell’erba/ contro i mali/ quella di colore scuro”, “l’erba delle  bisce” che  bollita sul fuoco diventa un’acqua “densa e nera” da bere perché i mali “come serpi” striscino “via/ lontani”, ibid.). Elminti (magari ossiuri, ossia vermi intestinali dei bambini) che nessuna terapia è riuscita a strappare dallo spazio del “richiamare in cuore” piersantiano ed hanno preso dimora fissa nella sua anima assieme ad una vasta (ma precisa) foscoliana “bella d’erbe famiglia e d’animali” spingendo il poeta alla sua evocazione nel canto; anzi, tale famiglia allargata e stanziale dona, per dirsi e non morire, sé stessa come  fonemi e  forma del canto stesso.
“Campi d’ostinato amore” (La nave di Teseo editore, pg. 176, 2020, € 19,00), vincitore della prima edizione del “Premio Saba”, raccoglie una cinquantina di poesie divise in quattro sezioni: Il passato è una terra remota, Jacopo, In una selva separata, Vicende, L’età breve. Una raccolta unitaria, coerente, ostinata, per l’appunto, nei temi nei soggetti e nella linearità stilistica e formale, nell’uso di un lessico che sguilla, scivola come la biscia fra le erbe, che tende a farsi verso breve, enjambement dell’andante a capo, perché il ricordo sale dalla terra remota (ma sempre prossima), trascendente (ma sempre immanente), e si ficca nella gola, la memoria dei volti si infigge nella mente, volti incerti nel loro affollarsi e sfollarsi,  “lontani e persi/ nell’oscura veglia” che si affastellano “d’intorno, /vicini, così vicini/ alle mani/ e agli occhi” (Volti), ma la cimmeria nebbia vela mentre svela, “la grande nebbia/ che sta oltre,/ oltre ogni casa/ e campo” (ibid.); il poeta risale con “le mani” alla fronte del padre, su ogni piega si sofferma e insiste, ricercando “il dono” del magro sorriso paterno del contadino-soldato. E gli occhi “più chiari” della madre, che può fermare il tempo,  il poeta se li stampa dentro, perché gli rende “il sangue lieto”, e la “sorella dalla veste chiara”, dai “capelli lunghi e scuri” che gli allaccia i pattini e spinge nella discesa alle Madri e l’altra sorella, dai  “ tacchi larghi,/ larghi e spessi/ degli anni di guerra” che rifulge tra le ginestre: la visione, nell’ “oscura veglia” ha luogo nello sguardo che “tanto s’appanna” di “chi ha la vista/ quasi spenta” (ibid.). Nella radura chiara e luminosa del ricordo infantile viene l’Antico che “racconta storie strane/ attorno al fuoco” (Metamorfosi) o “si aggira tra i noci” (L’ antica casa).

Il cantore delle Cesane, fedele alla tradizione della cecità preveggente, attinge la sua visionarietà e veggenza in parallelo ad una miopia presente già dall’infanzia (vedi Befana 1947). Il ri-cordo è esercizio di incisione nella matrice dell’eterno, contro la rapina di cronos che “poi dissolve le figure/ ad una ad una”, è “sangue e fiato” che si oppone al “vuoto che ghiaccia” (ibid.), al freddo che cala. E il tempo ha la forma della biscia  “quando lenta/ vien fuori dal Fontanino” e sepolta è  “tra i fiori,/ sempre pronta/  a morderti la mano” (Al Fontanino).  Al solo guardare “l’erba delle bisce” la serpe si risveglia, lì dove “risplende fitto/ il ciclamino/ e manda la sua luce/ dentro l’aria” (ibid.) “s’alza la biscia/ e fischia”: perché quel fischio è segnale di richiamo, è corno della retroguardia assalita dalla corrosione, è l’eroico passato che non vuol morire, anzi, che preserva il poeta, quale antidoto, alla morte del presente, erba medica e veleno allo stesso tempo, grecamente Pharmakon, rimedio e veleno. La serpe è ouroboros tempo circolare, nostos, tempo ciclico del ritorno. E allora va rispettata, lasciata sguillare nelle sinapsi che invecchiano, non schiacciargli “la testa/ con una pietra” al modo del cugino “lesto” (ibid.), non trafiggerla nella gola con i “curvi artigli” come fa “il falco in volo” (Campi d’ostinato amore). La serpe o biscia, inoltre, è sorella del poeta nella metamorfosi dei giorni: come “cambiano la pelle/ le bisce inquiete/ quando mutano i venti/ e la stagione “ (Metamorfosi), infatti, così il cantore ha cambiato varie pelli e ricerca “ostinato/ se qualcosa/  dietro ogni metamorfosi/ permane” (ibid.).

 Ai volti famigliari si affiancano i fantasmi della guerra, soprattutto nella prima, intensa, sezione: l’armistizio del ’43 e l’arrivo dei tedeschi, “i signori del ferro/ e del fuoco/ con gli elmi calati” che risalgono dalla marina (Settembre 1943),  il natale del ’42, “il fischio nero”  dei bombardamenti anglo-americani (25 dicembre 1942: “venne la notte/ coi vetri oscurati,/ non debbono vederci/ su dal cielo/ chi la morte/ sgancia sulle case”), fino al  Febbraio ’41, tempo della sua nascita, in un fanciullino regressus ad uterum che riporta il poeta nel grembo materno, fra le doglie della nascita incombente:  “e nevicava forte nei Balcani/ dove il padre soldato/ nel suo lungo cappotto si rannicchia,/ autarchico e gelato” […] “tu scalci,/ hai fretta/ d’uscire in mezzo al gelo,/ sai che la vita/ è oltre quel tepore,/ altro non sai/ e altro non ricordi,/ inquieto come i favagelli/ che la neve cela/ dentro il bianco”. Anche i fatti bellici, come il ritorno del fratello sconosciuto dal fronte (che buttata la divisa, con l’armistizio, si darà alla macchia) o del padre in congedo, assieme alle rappresaglie dei nazisti mietitori e all’austriaco braccato, a fine guerra, che bussa alla porta (L’aquila della Wehrmacht)   diventano “eterna epifania” dell’infanzia “Eden che il tempo/ non intacca/ ma innalza” (Befana 1947), epifania che porta doni, al ricordo, ma anche carbone e dolore, si fa fischio oscuro e stridente,  carrucola montaliana che cigola e stride, anche nel caso del coleottero impazzito che “vola a cerchi / ormai stretti/ e disperati,/ nulla può la corazza/ luminosa,/ ha le zampe serrate/ dentro il filo” (Antico gioco di primavera) in un divertimento diffuso (me ne parlava anche mia madre, classe ’35) fra i bambini in tempo di guerra, in giorni privi di videogiochi, smart e pc. E il coleottero si fa anch’esso correlativo oggettivo dello stesso poeta, costretto in cerchi sempre più stretti e disperati, nei giorni che stringono il futuro, spingendo la corazza luminosa a volgersi verso i cerchi larghi, precedenti, del volo infantile, dallo sguardo libero, illimitato verso l’aperto, l’apeiron illimitato di colui che è, rilkianamente, “arrischiante”. Perché “la memoria pervade” la  giornata, “oltre la nebbia sconfinata” un fumo  disegna i volti e le forme “appena, appena/ come ciocco ormai/ spento/ fa nel camino –“ (Madre). E’ una nuova Fuga d’Infanzia quella di Piersanti, come quando aveva tre (o cinque anni), lungo un sentiero “tra le acacie” che si sa “dove conduce,/ forse è infinito”; verso un aperto “lontano, un giallo immenso” che “forte avvampa”: “a quel giallo” vuole “arrivare,/ buttarci testa/ e gambe/ e braccia” stendersi “tra gli alti/ steli, mai più/ tornare” (ibid.). Perché “l’infanzia è la stagione/ più tenace/ e ogni altra/ offusca/ e quasi oscura”, ossessiona i giorni del poeta e “almeno un poco,/ li consola” (Terra di memorie). E il fanciullino chiama per cogliere “tra l’erba molla” il fiore del ciclamino che “un poco pende/ sopra le acque verdi/ dell’aprile” (Tra i margini del bosco).

Ma il poeta non è solo, non è il solo adulto allo specchio del suo quotidiano: assieme alla moglie, Annie Seri, vive con il loro figlio adulto, che ama, di amore speciale, di amore disperato: “ma il tuo male/ figlio delicato,/ quel pianto che non sai/ se riso, stridulo/ che la gola t’afferra/ più d’ogni artiglio, questa bella famiglia/ d’erbe e animali/ fa cupa/ e senza senso/ e dolorosa” (Campi d’ostinato amore).  Il padre l’ha portato “un giorno/ nei greppi folti”, hanno “colto more/ tra gli spini”. Ma la malattia porta a chiudersi,  a fare cerchi nella corsa, a girare  nel cerchio della giostra: Jacopo che il poeta, in una nota alla poesia appena citata, ricorda “colpito da una grave forma di autismo”, “delle corse/ e dei dolori,/ Jacopo del riso/ e dello sconforto,/ sei nella vita/ quella svolta improvvisa/ che non t’aspetti,/ la tragica bellezza/ che i tuoi giorni inchioda/ al suo percorso” (Jacopo ormai grande). Il tempo di Jacopo è circolare, come quello del padre, è aion, è, forse, il tempo del nietzscheano Eterno ritorno dell’ Uguale:  “I cori che vanno eterni/ tra la terra e il cielo,/ ma tu li ascolti/ Jacopo quei cori?” (Campi d’ostinato amore). Un ritorno, anche per lui, nell’ antica casa e nella radura chiara e luminosa.

E il poeta che rivede in presenza le Cesane e ritorna nei luoghi del suo fanciullino, ha ormai  il piede che cede, “il ginocchio che si piega” (Greppi).  Il paesaggio ritrovato, come l’antica casa di Camorciano e la via che vi conduce, non è più quello dell’infanzia: “per ogni generazione/ c’è un’età immortale” (Oggi a Camorciano, davanti alla casa antica). Quell’età rivive, ostinata, nel ricordo, che la scrittura non cancella, per Piersanti, ma abita poeticamente. Rivive in una chiamata alla luce che abbarbaglia, da un sedime di pienezza, proveniente da un tempo immortale nel quale, come ricorda Rilke, “una casa”, “una fontana”, “un abito posseduto”, “un mantello”, “erano ancora qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l’umano” (Lettere da Muzot). Perché la pula oggi è ovunque, e il cantore che vorrebbe cantare un bucolico epos di luce, si aggira “estraneo e perso/ dentro il mondo nuovo” e la pula “che dal fosso sconfina,/ non la ferma il Catria/ neppure il mare, questi edifici immensi/ attornia e stringe,/ continua il suo cammino/ e mai s’arresta” (La pula).  Resta la tenera estate “che finisce / in queste acque lontane / sotto i gran monti / qui le chiamano fole / mi dicevi, / son anime che strisciano / tra i rami / e accendono fiamme / in mezzo ai boschi” (Tenera è l’estate); resta l’umano epos, ostinato, che non rinuncia, che non cede, malgrado il ginocchio, malgrado il piede. E “tra edifici immensi,/ immensi e fitti” (La pula) resiste, caparbia mente,  in una radura, su un’antica e lenta giostra, a elevare il suo onesto canto solitario.

 

Campi d’ostinato amore

I cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,
ma tu li ascolti
Jacopo quei cori?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe,
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

 

Febbraio 2017

*

 

Madre

madre, così lontani
i volti,
oltre la nebbia sconfinata
– un fumo li disegna
appena, appena
come ciocco ormai spento
fa nel camino –
dietro la casa antica,
dietro la balaustra
che s’apriva all’Immenso,
lì del padre s’aspetta
il ritorno
e la sorella bruna
mi guida
alla cerca del muschio
nelle valli d’infanzia
sconfinate
e con gesti perfetti
l’altra dispone
limpide statuine
nell’angoliera

non ho più immagini
d’allora,
ma quello è un tempo
non adatto a pellicole
e figure
e nella mente s’appanna
a poco a poco

con gli occhi
e con le mani
ti cerco il volto,
la memoria pervade
la mia giornata

 

Agosto 2019

*

 

Fuga d’Infanzia

ma avevi tre
o cinque anni,
per quale strada
o sentiero
ti eri incamminato

tu cammini dritto
tra i camion dei polacchi
nel grande spiazzo,
e un soldato biondo
magari t’ha offerto
la cioccolata
in quella carta brillante
e argentata

è un giorno di settembre
tutto chiaro,
un giorno che respiri
l’aria buona,
sotto la balaustra
c’è un sentiero
di terra tutta rossa
tra le acacie,
non sai dove conduce,
forse è infinito

lontano, un giallo immenso
forte avvampa,
sono le margherite di settembre
così alte e slanciate
quasi alle nubi

a quel giallo
tu vuoi arrivare,
buttarci testa
e gambe
e braccia,
stenderti tra gli alti
steli, mai più
tornare

ma la sorella castana
t’ha raggiunto,
ti prende nelle braccia
senza parlare

t’accarezza i capelli,
e verso casa
lenta s’incammina

 

Settembre 2019

*

 

L’antica casa

da tempo, madre,
vivo in terra straniera,
sì, un tempo c’è stato
di giochi e amori
nelle selve,
e prima, ancora prima,
la casa della madre
di tua madre
giù nel fosso,
dell’antico che s’aggira
tra i noci lì davanti,
lì il tempo è eterno
come l’orizzonte,
sconfinato lo intravedi
dietro ai greppi

ora lo sai,
lo stradino che risale
fino alla Torre,
lì non s’arresta,
in altre, infinite strade
s’addentra e dilegua,
in ignote contrade
t’abbandona

sì, c’è stata anche
la radura di narcisi
e fanciulle luminose,
una sosta breve,
sempre insidiata

ora, sei sotto
un nuovo tetto
e un nuovo cielo,
Jacopo delicato
figlio che non cresce
e gli stai accanto,
ma tu hai nostalgia
per la prima casa,
per chi ti accompagnava
nello stradino

 

Luglio 2018

*

 

Metamorfosi

raccontava l’Antico,
se del bove scende
un pelo dalla schiena
al Fontanino
quando l’acqua torbida
s’oscura
nasce una serpe
corta e tutta nera,
e cambiano la pelle
le bisce inquiete
quando mutano i venti
e la stagione
quante pelli hai cambiato
che non si vedono
dai quei giorni remoti
così vicini
che se allunghi la mano
quasi li sfiori
come i volti
di chi è sceso
oltre i valloni?

e ricerchi ostinato
se qualcosa
dietro ogni metamorfosi
permane

*

 

La radura

eri con la sorella 
o eri solo
nella radura chiara
e luminosa? 
nessun’altra hai mai visto
così chiara, 
il vento ch’ha trascinato
i cardi nei greppi fondi,
insanguinato l’acqua
dei fossi attorno, 
lì, dinnanzi alle querce 
s’è quetato,
lì, tra i ceppi
delle rose
lievi, dei campi, 
il varco s’apre

e l’aria,
com’era l’aria, 
no, non lo sai dire
e l’erba la più verde
e la più lieta, 
e cielo e terra
mai così felici

tu non ricordi
come o con chi
sei entrato, 
e non ricordi 
quanto ci sei stato

nella Cesana immensa
vive il più antico, 
racconta storie strane 
attorno al fuoco

forse hai succhiato
l’erba dal fiore giallo, 
quella che fa scordare
il giorno e l’ora 

remota più d’ogni altra 
storia, 
più pallida d’un sogno
che s’è sciolto, 
questa vicenda intravedi
oltre il velame
fitto, dei sogni

e una spina ti punge, 
fitta duole, 
tu lo sai, 
quella radura
quell’ora 
mai ritorna

 

Ottobre 2019

*