La crepa madre di Carlo Tosetti, Pietre Vive Editore, 2020, una lettura di Luigi Paraboschi.

     

Quest’ultimo lavoro di Carlo Tosetti penso gli abbia richiesto uno spazio temporale di stesura, scrittura e revisione critica non facilmente quantificabile, e ha costretto anche me – accingendomi alla scrittura di queste note – ad andare a rileggere quanto avevo annotato a margine del precedente “Wunderkammer” (Pietre Vive Editore, 2016), facendomi  riflettere  oggi come allora sul fatto che egli si dichiarava appassionato cultore di natura e di “naturopatia“, scienza che consiste in un insieme di pratiche di medicina alternativa che dichiara di avere come obiettivo la stimolazione della capacità innata di autoguarigione o di ritorno all’equilibrio del corpo umano.
Autoguarigione è un termine che il lettore potrà scoprire assai importante quando egli sarà giunto alla lettura completa di questa raccolta, assai più facile della precedente se ci si riferisce al linguaggio usato, ma che non deve prescindere dalla condizione indispensabile che il lettore rinneghi, anzi rifiuti, il calembour che Tosetti ha posto come chiusura del suo lavoro, ove scrive per intero, come riporto qui:

A chi pensi che la Crepa
sia metafora, allegoria,
l’ammonisco che s’inganna:
peculiare è che sia viva,
il suo istinto – che ho vissuto –
non fu sogno, né malìa.

Perché se la Crepa non fu metafora, o allegoria, non fu sogno o malia, allora, con tutta franchezza, non so proprio la ragione per la quale un poeta del suo calibro si sarebbe messo a tavolino per raccontare una storia in versi ed in prosa che si potrebbe definire surreale se il termine non fosse abusato.
Ma se quanto si legge è invece una allegoria, allora il discorso che cercherò di svolgere si sviluppa attorno a quella “capacità innata di autoguarigione” alla quale facevo cenno poc’anzi. Ma chi opera per l’autoguarigione? Lo scopriremo seguendo i vari capitoli di questa storia che sta tra il racconto favoleggiante alla maniera di Calvino, e la poetica un po’ dolcestilnovista che egli adotta nella parte poetica.

Andiamo per ordine per facilitare la comprensione di quanto affermo a suffragio della tesi che questa opera sia stata scritta in rispetto e devozione per quella natura che ha tanto coinvolto l’autore fin dalla prima infanzia.
Ed è da qui, dall’infanzia, che prende l’avvio il racconto ove si parla di una casa antica e signorile collocata al centro del piccolo paese nel Comasco ove egli da adolescente trascorreva le vacanze estive in compagnia di una piccola amichetta della sua età: 

“L’abitazione di mia nonna paterna – nella quale, durante l’infanzia, trascorrevo il periodo estivo – era sita in un vecchio palazzo a due piani, nella cittadina di Erba, in provincia di Como.
Era collocato nella zona storica del paese; fra le antiche costruzioni, per lo più scalcinate, ne spiccavano alcune signorili e la sera, dalla strada, guardando le camere illuminate attraverso le finestre, si rivelavano soffitti finemente decorati, a differenza del nostro, in modeste travi imbiancate, che le infiltrazioni insozzavano al primo temporale. […]”

Durante una escursione in campagna il giovane cade sopra un vetro di bottiglia nascosto nell’erba che, egli scrive mi squarciò il ginocchio destro.
Questo infortunio di gioco, che può sembrare casuale e banale, viene accantonato nel seguito del racconto per lasciare il posto ad altri accadimenti, ma l’ho voluto anticipare perché si troverà il collegamento con esso solo alla fine, quando la crepa nella casa si chiuderà per sempre, come la ferita riportata dal giovane.
Infatti, egli scrive: “[…] Il medico che mi prestò soccorso all’ospedale ebbe un eccesso di zelo nel dosaggio dell’antibiotico e l’intossicazione mi procurò violenti urti di vomito – subito dopo i pasti – fino a che un attento farmacista non si accorse dell’errore […]
Tornando perciò alla casa abitata da gente di campagna, (anche se in passato i muri erano appartenuti di certo a famiglia nobile), si avvertono spesso sinistri scricchiolii ed un giorno all’improvviso:

[…] da una Casa,
un barrito minerale
si levò di pietre frante;
chiaro rombo d’una frana,
lindo crollo d’un costone,
[…] 

La famiglia cerca di rendersi conto dell’accaduto e scopre che:

[…]
salimmo per le stanze
da letto e la nuziale
sputava la sorgente
della Crepa, dello sbocco:
grave dal muro cola
a piombo dietro il letto,
perfora il pavimento
e irrompe giù, di sotto.

“Si dice che la prima edificazione della Casa risalisse ai primi anni del 1400 e che la Crepa vi sia coeva. Le antiche testimonianze, confluite nel folklore del luogo, aggiungono un particolare: la Crepa ripara i danni delle sue sfuriate, la notte, col favore della luna. […]” 

Ovviamente si scopre:

“[…] un manoscritto d’autore ignoto, il quale testimonia di uno sterile esorcismo, pavidamente praticato dal Cardinale Bettaria, un rito stentato e spettacolare, per scacciare la presenza demoniaca dall’abitazione. […]”

e l’autore aggiunge in poesia: 

[…] un Cardinale,
tal Bettaria che di passo
va verso Como puntando,
lì s’esibì per mostrare
pugnare la forza di Dio
a zotici eretici muti
[…] 

i quali zotici, timorosi del giudizio del sant’uffizio:

[…]
– sotto riforma la fede
sempre tacere convenne
per scongiurare le pire –

ma, purtroppo (o per fortuna) l’esorcismo fallì:

[…]
ma l’uomo quel giorno non fu
del mondo celeste, la gronda.

E qui l’autore dettaglia con chiarezza il suo punto di vista laico su quegli avvenimenti:

Crebbe la fama di Crepa:
muta, diabolica, sola,
gloria nel tempo nutrita
d’udite complici voci
di piazza diffuse, di Chiesa,
abili enti, periti
a ricercare demonio
spesso l’ombra laddove
d’esso persino non c’è.
Eppure, lo sterco famoso
– varie le fonti curiali –
poi reclutò scalmanati.

Si vide che a sgherri,
a barbari e bravi ubriachi,
a malandrini e sicari,
l’audacia poco gli basti
anche se infusa dal vino;
all’impalare avvezzati
o miti, a sgozzare pietosi,
nemmanco al suono soave
di tanti baiocchi s’accrebbe
un fegato grosso d’eroi.
Prodezza restò nei poemi,
nell’ombra l’occulto riposa. 

Per poco tempo – fallito ogni tentativo di scacciare la Crepa – si pensava che:

[…] dormiva la Crepa, quel male.

Tuttavia:

“[…] Si udivano spesso – nel silenzio – dei rumori deboli, un rodere sommesso e lontano, un ticchettio talvolta, e si credeva provenissero dalla cassapanca.
Ci s’illudeva della presenza di fate, folletti, spiritelli molto riservati, forse indignati per i nostri fragili trofei, ma era la Crepa. Era lei, pulsante, il cui nido era nell’angolo creato dal muro dietro la testata del letto matrimoniale ed il soffitto. Esattamente sopra il mezzo del letto. […]”

“[…] La Crepa era viva, assumeva un comportamento assimilabile a un animale domestico. Si muoveva per le stanze spostandosi attraverso i muri e i pavimenti, ma senza creare lesione, al modo in cui noi camminiamo lungo un marciapiede, senza lasciare impronte. Soltanto chi era dotato di sguardo attento poteva notare una sorta di filo trasparente tendersi fra le piastrelle. […]” 

E il poeta scrive:

Non tutti la vedeva
– esile discesa, graffio
ialino sottile, che cola –
calare, ragno appeso,
dal muro giù sbucando
fra l’intarsiate zampe
dalla credenza vecchia.
Rapidi otto balena,
in diagonale marcando
il passo mio, felice,
non soffre il pavimento,
niente la Casa dice. 

Ma gli avvenimenti proseguono:

“Accadde che, morto il nonno, maritata anche l’ultima figlia, i Colombi si arresero alla necessità di trovare una dimora più piccola e proporzionata alle loro forze incanutite. La Casa rimase chiusa per qualche anno (complice la presenza minacciosa della Crepa), finché apparve una coppia di milanesi, borghesi e inorpellati, che acquistò l’antica costruzione per una cifra risibile. […]”

“[…] I nuovi proprietari, profittando della necessità d’una ristrutturazione, s’accordarono con un muratore del luogo (Boldo, un amico dei Colombi che conosceva la Casa) per cominciare i lavori proprio dalla camera matrimoniale e cancellare per sempre la Crepa.
Questa, dotata di sua petrosa e peculiare sensibilità (tali sensi permangono avvolti nel mistero), fiutò il pericolo e ammonì i milanesi, con una dimostrazione d’inaudito squarcio dei muri. Come di consueto, la mattina seguente i danni non furono più visibili; alla luce della luna la Crepa aveva operato la sua perfetta sutura. Questo fu il colpo di grazia; il terrore si impossessò dei nuovi proprietari. Il prevosto si prodigò nelle sue arti per benedire la Casa, poi si decise di iniziare i lavori di ristrutturazione.” 

L’orrore alla mattina.
La paura fa barriera,
il rifiuto l’interpone
fra l’enigma e la ragione.
Agli occhi dei novelli
abitanti apparve sana
la camera squartata
e priva fu d’alcuna
fresca lesione, frattura.
Svenne la donna, l’aceto
nemmeno dal sonno sicuro
levò quel giorno l’oscuro. 

La violenza che viene operata dall’uomo (e qui mi sembra che cada a proposito il discorso cui accennavo all’inizio relativamente alla metafora o allegoria che Tosetti apponeva in chiusura) si può estendere ad uno più ampio relativo ai danni che l’uomo con la sua disinvoltura, o   il suo bisogno di costruire in luoghi non concessi ha provocato nella madre terra.
E nasce la ribellione da parte della natura come ben scrive Tosetti:

“Guadagnata la libertà, la Crepa raggiunse le campagne, fuori dal confine del paese, lasciando alle sue spalle un tremendo canale di terra umida, nuda, e di roccia pulsante. […]” 

L’autore fa una lunga descrizione in versi a dire il vero eccellenti per il loro lirismo come si potrà leggere qui di seguito:

Punta il paese basso,
squarta la via Chiesa,
prende la dritta, decisa,
via Vallaperta divide
e lo storico gelso aduso
alle geologiche bizze,
e contrazioni nostrane,
germoglio prima del borgo,
non si ridesta, dormiente,
mentre dal fischio di mola
– è l’arrotino che affila –
sprizzan lapilli di lama. 

Il Fabbricone imbocca,
la rapida via scoscesa,
si lancia giù temeraria,
scava sapendo la meta,
bene attenta dilania,
rasenta la piaga le mura,
il digrignare di denti
compagna la melodia
e macina, trita sicura:
è di niente quell’aratro,
archetto all’adamante
fisso batte l’ostinato. 

Alla caserma passa
i gendarmi spaventati,
ma ignorando la ridotta
a sinistra lesta svolta,
divelto Corso Como
irrompe nella stretta
del Bernardo de Fontaine,
dove il tanto brulicare
di botteghe d’artigiani,
d’ortofrutta e macellai
– escon donne dalla chiesa –
ne soverchia il macinare.

Dell’inaspettato sgarro
s’accorgono, del puzzo
di liquami vomitati
dalle condutture rotte;
barbugliano le fogne
nell’alveo fresco, nuovo,
ed emergono zampilli
e gl’infuocati scrosci,
dai cavi, di scintille
degl’impianti devastati.
Chi parlava alla cornetta,
all’istante adesso tace.

“[…] Giunta a poca distanza dal lago, si fermò. Dopo qualche secondo, arretrò un poco e, finalmente, dopo uno sbuffo da locomotiva esausta, tutto tacque. […]”

La situazione che si è venuta a creare lascia pensare ad un disastro ecologico senza alcuna possibilità di scampo per il paese e per i suoi abitanti, ma:

[…] Ci volle la testimonianza di un pastore per comprendere la vera Natura della Crepa. Egli, infatti, la vide correre lungo la campagna, da un punto di vista privilegiato dall’alto di una collina. Testimoniò che la Crepa avanzava lungo i prati, lasciandosi alle spalle un infinito crepaccio e divorando le macchie di alberi che incontrava. Disse, inoltre, che il «disastro» si arrestò a ridosso del lago e, immediatamente, l’acqua iniziò a zampillare nel canale appena aperto. Ci fu un sussulto, la Crepa indietreggiò di duecento metri circa, risanando perfettamente il terreno e il manto erboso, come se mai fosse passata.
Poi tutto si fermò. La Crepa aveva risparmiato il lago. […] 

L’autore si avvicina alla conclusione del suo “ragionare in versi“ ed espone qui di seguito la sua posizione su quanto è successo allora:

“[…] Io iniziai le ricerche, partendo dal punto di arresto, senza tuttavia trovare alcuna traccia.
In me si faceva sempre più salda la convinzione che ci si trovasse di fronte ad un necessario fenomeno naturale, e del pericolo insito nella sua assenza.
L’intuizione della parentela fra il taglio del mio ginocchio e lo squarcio nel muro, in quarant’anni aveva fruttificato nella ferma convinzione del legame fra lo schema – la forma – di realtà naturali simili: crepe nei muri, fulmini, ragnatele, rami e radici, corna di cervi, bronchi e diramazioni, apparato nervoso e circolatorio. Tutto aveva il medesimo disegno e tutto era – forse – manifestazione del medesimo intento, necessario alla vita. La Crepa aveva chiuso il cerchio. […]” 

La riflessione finale che Tosetti compie è assolutamente lontana dall’affermazione di non aver voluto scrivere qualcosa di allegorico, poiché, egli a distanza di anni, intento a leggere al parco, si accorge che la Crepa è riapparsa:

“Venne il premio alla mia ostinazione. Quando la speranza si era ridotta a un lumicino, la Crepa ricomparve. Fu lei a trovarmi, mi scovò al parco che aveva devastato anni addietro, mentre leggevo svogliato, all’ombra del tempietto – ora ricostruito – che lei aveva ridotto in polvere. […]”

Incredulo, ma felice egli chiede:

“[…] Un filo di luce spento percorse il pavimento del tempio e io, incapace di trattenere la gioia, davanti agli occhi stupiti dei presenti, domandai di ritagliare un disco nella pietra, per avere la certezza che la mia non fosse pura autosuggestione. Così fece, era la Crepa. Il suo potere era immutato.
Come avevo da tempo stabilito, tentai di ricondurla alla Casa. Mi incamminai e lei mi seguì. […]”

“[…] Capivo che la verità andava ben oltre i miei sospetti e che la Crepa è la manifestazione di una forza, una volontà necessaria, il motore di ogni taglio, segno, struttura. Dai primordi dell’uomo, dalle incisioni rupestri alla scrittura cuneiforme, alla moderna stampa. […]” 

E infine l’autore conclude la sua disamina poetico-filosofica così:

“[…] Il segno, il taglio, sono anche limite, confine, forma. Nulla è distinto, nulla è, senza un confine. Tutto è in comunione, animato dalla medesima essenza: un segno che irrompe, genera lo spazio e lo modifica.
Dio separò la luce dal buio tracciando un confine.
La Crepa Madre ritornò nella sua dimora.” 

E’ una conclusione da cultore della naturopatia, scienza che, come dicevo in apertura ha come obiettivo la stimolazione della capacità innata di autoguarigione o di ritorno all’equilibrio del corpo umano.

Un lungo pellegrinaggio quello di Tosetti, capace di esporre e sostenere con tenacia e con forza poetica (la parte in versi è quasi completamente composta da ottonari e possiede una ricchezza linguistica da fare invidia non soltanto ai poeti “domenicali“ ma anche ad altri  più qualificati) una lunga escursione in un mondo che sembra favolistico, ma che, al contrario, – come penso di aver dimostrato – è invece un mondo più che concreto come  illustrano bene i disastri ecologici dei quali veniamo a continua conoscenza e di quelli medici con i quali stiamo facendo i conti quotidianamente.

        

Luigi Paraboschi